Bottom up!

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Si chiama micromanagement ed è la gestione dei piccoli dettagli, spesso trascurabili, che si concretizza in un’enorme perdita di tempo e in una dannosa mancanza di equilibrio nelle relazioni lavorative. Da una parte c’è il capo che controlla ogni mossa del suo team ed entra nel dettaglio di ogni singola azione, dall’altra ci sono i collaboratori che si lamentano delle continue interferenze.

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Di certo questa tendenza, che alcuni di noi possono aver sperimentato in contesti lavorativi, dipende dalla capacità di delegare e di comunicare da parte del capo, così come dall’intraprendenza dei collaboratori. Ma quando si parla di micromanagement ciò che è più rilevante è il focus del leader.

Pensiamo a come cambia la nostra prospettiva quando, pensierosi, abbassiamo lo sguardo verso il basso limitandoci a guardare i nostri piedi e quando, invece, alziamo gli occhi verso l’alto o guardiamo l’orizzonte: il livello di dettagli, i colori e le sfumature da osservare si moltiplicano immediatamente.

Un leader the eccede in micromanagement è un leader defocalizzato che si perde in un eccessivo controllo verso i livelli inferiori scavalcando, di fatto, le autonomie decisionali dei propri collaboratori. Ci si attende invece dal leader che esso sia focalizzato sui piani strategici, sulla ricerca di opportunità, sull’evoluzione della propria organizzazione.

Insicurezza da parte di chi gestisce, carenza di fiducia verso i collaboratori, incapacità di esporre in modo chiaro le aspettative: sono tutti buoni motivi per cadere nella trappola del micromanagement. Fra questi vi è anche il bisogno di certezze, il voler rimanere in ambiti a noi noti, che conosciamo bene e all’interno dei quali sappiamo già come agire.

Ciò che spesso dimentichiamo, tuttavia, è che la mania del controllo e la supervisione di ogni singolo dettaglio non dimostrano necessariamente le nostre abilità e competenze manageriali. Il leader volge il suo sguardo verso l’esplorazione del nuovo, la ricerca, la visione strategica, insomma verso l’alto invece che verso il basso. In questo modo esso si assume la libertà di passare dalla gestione alla guida.

Quante volte ci capita di rifugiarci nella nostra zona di comfort, magari invadendo impropriamente anche lo spazio altrui? Quante opportunità di crescita personale (o professionale) rischiamo di perdere così facendo? A quanta della nostra libertà rinunciamo?

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It is called micromanagement and it is the management of small details, often negligible, which results in a huge waste of time and a detrimental lack of balance in working relationships. On one side there is the boss who controls every move of his team and goes into details of every single action, on the other side, collaborators who complain about the continuous interference.

Certainly, this trend, which some of us may have experienced in working contexts, depends on the ability of the boss to delegate and communicate, as well as on the initiative of collaborators. But when it comes to micromanagement what is most relevant is the leader’s focus.

Let’s think about how our perspective changes when, thinking about it, we lower our gaze downwards, limiting ourselves to looking at our feet and when, instead, we raise our eyes upwards or look at the horizon: the level of details, the colors and the nuances to be observed multiply immediately.

A leader who exceeds in micromanagement is a defocused leader who loses himself in excessive control towards the lower levels, bypassing, in fact, the autonomous decision-making of his collaborators. Instead, it is expected from the leader that it is focused on strategic plans, on finding opportunities, on the evolution of its organization.

Insecurity on the part of those who manage, lack of trust towards employees, inability to clearly expose expectations: these are all good reasons to fall into the trap of micromanagement. Among these, there is also the need for certainties, the desire to remain in areas known to us, which we know well and within which we already know how to act.

What we often forget, however, is that the mania of control and the supervision of every single detail do not necessarily demonstrate our managerial skills and competencies.

The leader turns his gaze to the exploration of the new, the research, the strategic vision, in short, upwards instead of downwards. In this way, it assumes the freedom to move from managing to driving.

How many times do we take refuge in our comfort zone, perhaps even invading the space of others inappropriately? How many opportunities for personal (or professional) growth do we risk losing in this way? How much of our freedom do we give up?

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The Unexpected

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Ricevere regali mi ha sempre messo in difficoltà. Da piccola temevo di non riuscire ad esprimere al meglio la mia felicità nel ricevere un regalo che mi piaceva moltissimo, cosi come temevo di non riuscire a nascondere la mia profonda delusione nello scartare un dono che non gradivo affatto.

 

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Anche se con l’età sono un po’ migliorata, ancora oggi mi rendo conto che imparare a riconoscere e a gestire il proprio stato emotivo è tutt’altro che facile, soprattutto di fronte alle sorprese: o ci fanno battere il cuore tropo forte o ci lasciano terribilmente delusi. Certo, gli imprevisti fanno parte della vita e in ambito lavorativo sono all’ordine del giorno. Risolverli fa parte del gioco, ma come ci comportiamo di fronte a quelli dell’ultimo minuto, quelli che ci spiazzano perché proprio non ce li aspettavamo, che ci vengono comunicati poco prima della scadenza quando il tempo per prendere una decisione è tiratissimo?

Personalmente detesto questo tipo di sorprese. Mi sforzo di controllare la rabbia del momento, di respirare profondamente, di “visualizzare un luogo felice” ma la pratica del dialogo interiore positivo non mi è molto d’aiuto. Detesto questi imprevisti soprattutto se sono stati tenuti nascosti fino all’ultimo, magari per il timore di essere valutati negativamente nel chiedere aiuto o per orgoglio personale.

Se c’è una difficoltà o un’incertezza, preferirei che queste venissero sollevate subito, in modo da poterle considerare e risolvere nei tempi e nei modi ideali. Un sano confronto con i propri collaboratori, in cui tutte le persone coinvolte pongono domande in caso di dubbi o incomprensioni, non ci esonera dal fardello di dover gestire le nostre emozioni personali, ma è comunque la condizione migliore per condividere idee e trovare soluzioni possibili. Dopotutto i problemi non sono segreti, sono solo questioni da risolvere.

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Receiving gifts always gave me stress. As a child, I was afraid of not being able to express my happiness at best in receiving a gift that I liked very much, just as I was afraid of not being able to hide my deep disappointment in discarding a gift that I did not like at all.

Although with age I improved a bit, even today I realize that learning to recognize and manage emotions is all but easy, especially when facing surprises: either these make us beat the heart trope strong or these leave us terribly disappointed. Of course, the unexpected is part of life and in the workplace is part of the day. Facing and solving the unexpected is part of the game, but how do we deal with those of the last minute, those we did not expect, those that are communicated to us just before the deadline when the time to make a decision is tight?

Personally, I hate this kind of surprises. I try to control the anger of the moment, to breathe deeply, to “visualize a happy place” but the practice of positive inner dialogue does not help me much. I hate these unforeseen events, especially if they were kept hidden until the end, perhaps because of the fear of being negatively evaluated in asking for help or for personal pride.

If there is a difficulty or uncertainty, I would prefer that these are raised immediately, so that these can be considered and resolved in ideal times and ways. A healthy confrontation with our colleagues, in which all people involved ask questions in case of doubts or misunderstandings, does not exonerate us from the burden of managing our personal emotions, but it is nevertheless the best condition to share ideas and find possible solutions. After all, problems are not secret, instead, these are just questions to be solved.

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The slope

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Alla prima neve non resisto. Scarponi, sci, stagionale, e svegliarmi presto nel week end non mi pesa. Mi rigenera scendere da una pista poco battuta quando la neve è fresca. A volte l’intimità della discesa è disturbata dalla presenza di molti che, come me, non hanno resistito al richiamo della neve quel giorno.

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E così, quando la Baradello e la Palabione sono prese d’assalto, mi rifugio nella pista nera della Magnolta. Certamente più impegnativa, ma anche più rispettosa di quel particolare silenzio infranto solo dai miei disegni sulla neve. In certi momenti mi fermo, guardo indietro e mi compiaccio per aver tracciato curve in un paesaggio così ovattato, silenzioso, quasi ci fossimo accompagnati con reciproco rispetto.

Arrivata in fondo, nel riprendere gli impianti di risalita, rifletto sulla similitudine fra lo sciatore che fugge da piste facili e sovraffollate per ritrovare calma interiore e gratificazione in una pista più insidiosa, e l’attitudine del leader, che proprio nei momenti più duri, esprime le sue qualità migliori.

Pensiamo alla differenza fra l’esercitare la propria leadership quando tutto va bene e funziona liscio e farlo invece nei momenti di crisi o di tensione, rimanendo coerenti e tirando fuori il meglio di se stessi.

Sono le situazioni più impegnative a scremare il gruppo e a fare emergere il leader come punto di riferimento agli occhi degli altri. Gli ostacoli, seppur non graditi, sono le occasioni in cui il leader fa la differenza rispetto al gruppo, così come un bravo sciatore distanzia la folla nei tratti difficili e più impervi della pista.

Quando ci si presenta una difficoltà, la vediamo come un’insidia o come un’opportunità per differenziarci? Cosa vuol dire per noi fare la differenza?

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At the first snowfall, I cannot wait. Boots, ski, seasonal ticket, and wake up early on the weekend does not bother me. Getting off the slopes when the snow is fresh regenerates me. Sometimes the intimacy of the descent is disturbed by the presence of many who, like me, have not resisted the call of the snow that day. And so, when the Baradello and the Palabione are taken by assault, I take refuge in the black track of Magnolta.

Certainly more demanding, but also more respectful of that particular silence broken only by my drawings on the snow. At times I stop, I look back and I am pleased to have drawn curves in a landscape so muffled, silent as if we accompanied each other with mutual respect.

Having reached the end, when jumping on the ski lifts, I reflect on the similarity between the skier fleeing from easy and overcrowded slopes to find inner calm and gratification in a more insidious track, and the attitude of the leaders, who right in the hardest moments, express their best qualities.

I think about the difference between exercising one’s leadership when everything goes well and works smoothly and, instead, doing it in moments of crisis or tension, remaining consistent and bringing out the best in oneself.

The most demanding situations skim the group and bring out the leader as a point of reference in the eyes of others. The obstacles, although not welcome, are the occasions when the leader makes the difference compared to the group, as well as a good skier distances the crowd in the difficult and most inaccessible sections of the track.

When we face a difficult circumstance, do we see it as a pitfall or as an opportunity to differentiate ourselves? What does it mean for us to make a difference?

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Eggs or potatoes?

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C’era una volta un bambino. Appena venuto al mondo, la madre decide di darlo in adozione ma all’ultimo momento la famiglia designata preferisce adottare al suo posto una bambina. Viene preso in adozione quindi da un’altra coppia, meccanico lui, contabile lei.

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Durante la sua giovinezza dimostra difficoltà nel socializzare con i ragazzi della sua età e talvolta viene sospeso da scuola per problemi di comportamento. Si iscrive all’Università ma abbandona gli studi prima della fine del primo anno. Nel 1974 trova un impiego e nel 1978 ha una figlia che rifiuta di riconoscere. Viene licenziato nel 1985. Negli anni ha fatto uso di varie sostanze stupefacenti e nel 2003 scopre di essere affetto da una rara forma di tumore maligno.

Suo padre adottivo lo ha sempre reputato estremamente dotato. Nel 1986, anno in cui acquistò una società di produzione cinematografica, riconosce la figlia avuta nel 1978. Fra il 1991 ed il 1998 diventa padre per tre volte. Nel 1997 diventa CEO della società dalla quale era stato licenziato. Nel 2007 lancia un nuovo prodotto che, solo nei primi 200 giorni di vendita, conquista il 19% del mercato mondiale. Nel 2010 lancia un altro prodotto che rivoluzionerà la gestione e la visualizzazione di contenuti fino a quel momento cartacei.

“La stessa acqua bollente che ammorbidisce una patata, indurisce un uovo. E’ questione di che pasta sei fatto, non delle circostanze”.

Di fronte alle stesse avversità possiamo rispondere in modi diversi, possiamo indurirci o ammorbidirci, possiamo anche generare qualcosa di nuovo e di sorprendente.

Tutti possiamo incontrare momenti di difficoltà nella nostra vita. Cosa vogliamo fare allora? Molliamo o reagiamo guardando avanti? Come possiamo utilizzare gli insegnamenti del nostro passato e i nostri errori per diventare persone migliori?

Il 24 febbraio 1955 a San Francisco nasceva Steve Jobs: i prodotti lanciati da Apple sotto la sua gestione, sono conosciuti in tutto il mondo. L’innovazione cinematografica della Pixar Animations da lui gestita ha contribuito a rendere straordinari gran parte dei film di animazione che vediamo oggi.

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There was once a boy. As soon as he came to the world, his mother decides to give him to adoption but at the last moment, the designated family prefers to adopt another baby in his place. He is adopted by another couple, the father is a mechanic, the mother is an accountant.

During his youth, he finds difficulty in socializing with kids of his age and sometimes he is suspended from school for behavioral problems. He enrolls at the College but leaves his studies before the end of the first year. In 1974 he was employed and in 1978 he had a daughter but he refused to recognize her. He was fired in 1985. Over the years he has made use of various drugs and in 2003 he discovered he was suffering from a rare form of malignant tumor.

His adoptive father has always felt he was extremely gifted. In 1986, when he acquired a movie production company, he recognized his first daughter. Between 1991 and 1998 he became father three more times. In 1997 he became CEO of the company from which he was fired. In 2007 he launched a new product that, in the first 200 days of sales, conquered 19% of the world market. In 2010, he launches another product that will revolutionize the management and display of paper content up to that point.

“The same boiling water that softens a potato, hardens an egg. It’s not about the circumstances you are living but rather what matters is what you’re made of “.

Facing adversity we can respond in different ways, we can harden or soften, or we can create something new and surprising. We can all encounter difficult moments in our lives. What do we want to do then? Do we give up or react looking ahead? How can we use learnings from our past and our mistakes to become better people?

On February 24, 1955, in San Francisco, Steve Jobs was born. Products launched by Apple during his mandate are known around the world. Pixar Animations’ innovation contributes to the fascination of the most popular animated movies we watch today.

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The Choice

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L’altro giorno, in metropolitana, non ho potuto fare a meno di ascoltare stralci di un’inaspettata conversazione tra due giovani donne sedute accanto e a me. Non appena scesa, ripensando alle loro parole ed in particolare alla situazione raccontata da una delle due, mi sono detta: “In fin dei conti, deve solo convincere se stessa”.

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La più giovane si lamentava di una valutazione negativa ricevuta in ufficio. Sembrava molto risentita e non si sentiva affatto riconosciuta negli sforzi che faceva sul lavoro per essere sempre puntuale e precisa, a differenza di altri suoi colleghi.

Senza entrare nel merito della valutazione, il sentimento di delusione e di rabbia espresso da questa donna l’accomuna a molte altre persone che ricevono valutazioni simili in ufficio (e non solo). Accettare giudizi positivi sul proprio rendimento professionale è facile e ci entusiasma, ricevere critiche o spunti di miglioramento da parte degli altri, lo è molto meno. Spesso non siamo preparati e ci troviamo a rimuginare su ciò che ci è stato detto perdendo di vista i fatti.

Può succedere di focalizzarci solo su ciò che non va bene, tralasciando la semplicità delle scelte che portano alla soluzione. Prendiamoci invece il tempo di pensare in maniera calma ed imparziale alle critiche ricevute e stabiliamo degli obiettivi di miglioramento personali, concreti e raggiungibili.

E’ vero che ci sono molti aspetti della nostra vita che non possiamo controllare ma, d’altra parte, siamo noi i responsabili delle nostre azioni. Più agiamo per migliorare noi stessi, più aumenta ciò che dipende da noi.

Partiamo quindi da noi stessi. In situazioni come queste, è un lusso il non dover convincere nessun altro oltre a noi stessi, compito assai più facile che dover invece convincere al cambiamento altri attorno noi.

Sorrido, sorprendendomi a pensare al calcio, e più precisamente a quanto detto da Mr. Mihajlovic in una recente conferenza stampa che, considerato il mio scarso interesse per questo sport non avrei visto se non per la passione granata di mio marito: “L’atteggiamento che abbiamo avuto non dipende dall’avversario, come non dipende dall’avversario se il Toro gioca da squadra, e non dipende dall’avversario se il Toro lotta su ogni pallone, e non dipende dall’avversario se si sacrificano tutti, e non dipende dall’avversario se la squadra rimane concentrata per tutta la partita, così come non dipende dall’avversario se la squadra gioca sempre per vincere senza accontentarsi”.

Indipendentemente dagli altri e dal risultato finale, convincere noi stessi significa scegliere di spostare l’attenzione dal problema alle soluzioni. La soluzione spesso è nella nostra libertà di scelta. Alleniamoci per realizzarla.

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English version

Recently, in the subway, I could not help but hear a part of a conversation between two young women sitting next to me. As soon as I got down, thinking back to their words, and in particular to the situation told by one of them, I said to myself: “In the end, she just has to convince herself.”

The youngest was complaining to the friend of a negative evaluation received in the office. She seemed very disheartened and did not feel at all acknowledged for her efforts at work to be timely and precise, unlike other colleagues of her.

Without going into the merit of the evaluation received, the feeling of disappointment and anger expressed by this woman accompanies many other people who receive similar assessments in the office (and not only). Accepting positive evaluations of our professional performance is easy and exciting while receiving criticisms or ideas of improvement from others, it is not that easy. Often we are not prepared and we are overwhelmed with what we have been told by losing sight of the facts. It may happen that we focus only on what is not good, leaving out the simplicity of the choices that lead to the solution.

Let us, however, take the time to think calmly and impartially to the criticisms received and to establish personal, concrete and achievable improvement goals.

It is true that there are many aspects of our lives that we can not control but, on the other hand, we are the ones responsible for our actions. The more we work to improve ourselves, the more depends on us.

Let’s start by ourselves. In situations like these, it is a luxury not to have to convince anyone other than ourselves, which is much easier task than convincing others around us to change.

Surprisingly I thought about football, and more precisely about what Mr Mihajlovic said in a recent press conference that, considering my lack of interest in this sport, I would not have seen except for my husband’s passion for Torino FC: “The attitude that we have had does not depend on the opponent, it does not depend on the opponent if we play as a team, and it does not depend on the opponent if we chase every ball and it does not depend on the opponent if we sacrifice for the team, and it does not depend on the opponent if the team remains focused throughout the game, as it does not depend on the opponent if the team always plays to win without being satisfied”.

Regardless of the others and the final result, convincing ourselves means choosing to shift attention from the problem to the solutions. The solution is often in our freedom of choice. Let’s train us to realize it.

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Are you balanced?

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Nonostante conosca bene il suo stile in cucina, Chef Gianfranco Semenzato riesce sempre a sorprendermi: questa volta con un risotto all’ossobuco. Gli faccio i miei complimenti per l’ottima riuscita del piatto e lui mi risponde: “E’ tutta una questione di equilibrio”.

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La sua affermazione mi ha portato a riflettere sull’importanza dell’equilibrio. E’ sempre così facile trovare il giusto bilanciamento nello svolgere le nostre attività professionali (o personali)?

Trasparenza, equità, miglioramento continuo, soddisfazione del cliente, innovazione sono fra i valori più comuni e diffusi in ambito aziendale. Tutte le organizzazioni hanno dei valori, che ne siano coscienti o meno, e il sistema dei valori prescelto caratterizza l’identità di un’organizzazione rafforzando il livello di integrazione degli individui che ne fanno parte.

Nel lavorare sui valori aziendali, tuttavia, non mi è ancora capitato di trovare equilibrio nella lista dei valori. Quando si parla di equilibrio in azienda ci si riferisce quasi esclusivamente alle attività di gestione economica e finanziaria. Eppure sono sempre più convinta che l’equilibrio, inteso come bilanciamento dinamico in cui convergono comportamenti, scelte, posizionamento, dovrebbe essere il primo valore in assoluto.

I valori sono gli ideali in cui crediamo. Su di essi fondiamo i nostri comportamenti e impostiamo le nostre priorità. I valori sono i principi che guidano le singole scelte aziendali ed avere ben chiari i valori dell’organizzazione permette agli individui che vi lavorano di posizionarsi al meglio al suo interno, esplicitando pienamente le proprie potenzialità.

Perché è tanto importante il valore equilibrio allora? Perché come in una ricetta culinaria, consente a tutti gli ingredienti di bilanciarsi l’uno con l’altro per generare armonia dei gusti: in ambito aziendale, quindi, armonia dei valori e dei comportamenti.

Quando siamo in condizioni di equilibrio inoltre abbiamo la facoltà di scegliere, nella polarizzazione al contrario ci troviamo più facilmente a reagire. Nei poli c’è sempre reazione. Quando trovo una giusta misura, invece, posso scegliere fra diverse sfumature comportamentali.

Equilibrio significa accordo armonico e consapevole tra le parti.

  • Che cosa serve adesso a questo team?
  • Come posso fare interagire al meglio i suoi componenti?
  • Quali sono le azioni e i ruoli interni al mio team da chiamare in causa in questo momento?

Sono domande che il buon leader si pone per applicare costantemente nella pratica aziendale il valore equilibrio, o quantomeno, per tendere ad esso.

Come nella gradevolezza di un buon piatto, spesso la chiave del successo di un’azienda, come anche di un progetto all’interno di essa, risiede semplicemente nell’equilibrio degli ingredienti e nella cura degli abbinamenti.

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Although I know his style in the kitchen, Chef Gianfranco Semenzato always surprises me: this time with a “Risotto alla Milanese”. When I made my compliments for the great taste, he replied: “It’s all a matter of balance.”

His statement made me think about the importance of balance. Is it always so easy to find the right balance in carrying out our business or personal activities?

Transparency, equity, continuous improvement, customer satisfaction, innovation are among the most common values in the business environment. All organizations have values, whether they are aware of it or not, and the system of selected values characterizes the identity of an organization by strengthening the level of integration of the individuals that are part of it.

Discussing corporate values, however, I have not yet found balance in the value list. When we speak about balance in the company we are almost exclusively referring to the economic and financial management activities. Yet I am more and more convinced that balance, understood as dynamic balancing in which behaviors, choices, and positioning converge, should be the first absolute value.

Values are the ideals we believe in. On them, we base our behaviors and set our priorities. Values are the guiding principles of individual business choices and clear values allow individuals to position themselves in the best of their own, fully expanding their potential.

Why is equilibrium so important? Because as in a culinary recipe, it allows all ingredients to balance each other to create a harmony of tastes: in the business environment, therefore harmony of values and behaviors. When we are in equilibrium, we also have the option to choose, while in the polarization we find it easier to react. There is always a reaction in the poles. When I find the right measure, however, I can choose from different behavioral shades. Balance means the harmonious and conscious agreement between the parties.

  • What does my team need now?
  • How can I interact best with the team members?
  • What are the actions and roles I should expect from my team at this time?

These are just some of the questions that the good leader sets himself to constantly apply in the business practice the value of equilibrium, or at least, to strive for it.

As in a good and tasty meal, often the key to a company’s success, as well as a project within it, simply lies in the balance of ingredients and the care of creating a good match among these.

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The Vault (La Cassaforte)

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Il mio primo salvadanaio era la miniatura plastificata di una cassaforte, con tanto di porticina blindata stilizzata e rotonda. Al centro vi erano tre manovelle che dovevano essere ruotate fino ad indicare la combinazione. Solo dopo, girando la ruota, le tre piccole barre traslavano orizzontalmente fino ad aprirla. Sul retro, la fessura in cui inserire le monete.

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Mi fu regalata da mio padre, che mi ripeteva: “Quando hai qualche spicciolo, inseriscilo e vedrai che poi avrai una bella sorpresa nell’aprirla”. Mi fidai, ebbi la sorpresa, e non molto tempo fa ho fatto lo stesso regalo ai miei figli.

Trovo che vi sia una forte similitudine fra la cassaforte e le persone. In fin dei conti le due non sono così differenti: cambia ciò che vi si mette all’interno, ma il ritorno, in proporzioni non sempre e necessariamente collegate a quanto ci si è riposto, è assicurato.

Pensiamo alle persone che ci sono vicine. Nel nostro rapporto con loro, invece di qualche moneta “inseriamo” preziose conoscenze, valori e convinzioni, in un periodo di tempo che può variare in funzione del tipo di rapporto che ci lega e del nostro reciproco coinvolgimento.

Le persone che ci circondano, a loro volta, essendo appunto “persone” e quindi ciascuna diversa dalle altre, dimostreranno diversi gradi di ricezione e di assimilazione. Esse restituiranno quindi con modi ed intensità differenti, ma questo poco importa: se sappiamo aspettare, ciascuna di loro ci restituirà comunque qualcosa. Investendo energie in questo processo ritroveremo sempre parte di quanto abbiamo trasferito. Il bello è che, così come la cassaforte si apre solo se conosciamo la combinazione, anche le persone su cui abbiamo “investito” ci restituiscono quanto hanno assimilato solo se sappiamo decifrare la loro combinazione, mettendole nelle condizioni ideali per esprimersi liberamente.

La domanda quindi è: nel nostro quotidiano ricerchiamo diverse chiavi di accesso o applichiamo la stessa combinazione a tutti quelli che ci circondano? Trasferiamo contenuti nello stesso modo o adattiamo la nostra comunicazione in funzione di chi ci sta attorno? Quanto siamo disposti ad entrare in relazione con l’altro?

Siamo tutti diversi e se vogliamo ricevere dagli altri la “sorpresa” di cui si parlava all’inizio, dobbiamo saper decifrare combinazioni sempre diverse.

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My first piggy bank was the plasticized miniature of a safe, with a stylized and rounded armored door. At the center, there were three cranks that had to be rotated to indicate the combination. Only then, turning the wheel, the three small bars would slide horizontally until it opened. On the back, the slot to insert the coins.

I was given as a present by my father, who repeated to me: “When you have few coins, drop these in the safe-box and you will have a good surprise in opening it one day”. I trusted him, I had the surprise, and not long ago I did the same gift to my children.

I find there is a strong similarity between the safe-box and people. After all, the two are not so different: it changes what lies inside, but the return, in proportion not always and necessarily linked to what has been stored, is assured.  In our relationship with people close to us, instead of some coins, we “drop-in” precious knowledge, values and beliefs over a period of time that may vary depending on the kind of relationship that binds us and our mutual involvement.

People around us, in turn, being “people” and hence each one different from each other will show different degrees of reception and assimilation. They will then return to different ways and intensity, but this does not matter: if we are able to wait, they will return us something. We will always find part of what we have transferred if we invest energies in this process. The good thing is that, as well as the safe-box, opens only if we know the combination, people we have invested on will return to us what they have assimilated just if we know how to decipher their combination, putting them in the ideal conditions to express themselves freely.

So the question is: in our daily life do we seek different access keys or apply the same combination to all those around us? Do we transfer content in the same way or customize our communication to those around us? How are we willing to get in touch with each other?

We are all different individuals and if we want to receive from others the “surprise” that was discussed at the beginning, we must be able to decipher different combinations.

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