Limitless

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Sei un runner, stai correndo la tua personale maratona, tutti i tuoi muscoli sono sotto sforzo, la tua richiesta di ossigeno aumenta velocemente così come il tuo battito cardiaco. Hai appena raggiunto con successo la tua distanza, quella che ti eri prefissato. Sei esausto ma non ti fermi. Rallenti leggermente… riprendi il tuo ritmo e poi continui a correre, fino al prossimo miglio.

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In un mondo competitivo come il nostro, in cui il desiderio di fama e potere sembra un valore irrinunciabile, siamo costantemente sottoposti ad input che ci spingono ad andare sempre oltre, a superare i nostri limiti. Tutto sembra dirci che se vuoi l’eccellenza devi fare necessariamente uno sforzo in più, compiere quel passo ulteriore che ti serve per fare la differenza. Un atteggiamento, questo, tipico della mentalità imprenditoriale: arrivare là dove gli altri non sono ancora arrivati.

A questo punto qualcuno potrebbe pensare che “andare oltre” significhi semplicemente muovere il passo successivo, ma non è esattamente così. Il miglio in più è il passo che facciamo quando il viaggio è già finito, la distanza richiesta è stata raggiunta e decidiamo comunque di proseguire. Ci accorgiamo che si tratta di un miglio in più perché ogni singola parte del nostro corpo ne accusa la portata.

Non si tratta quindi di un’azione casuale o facile da compiere, né un colpo di fortuna. L’extra mile non ha mai a che fare con l’ordinario ma con lo straordinario. Per cui mi chiedo: siamo certi che sforzarci per il miglio in più sia sempre ideale? Cosa accadrebbe se quel passo in avanti si rivelasse a tradimento un passo indietro?

Pensiamo al manager che vuole ottenere di più dal suo staff per migliorare le performance aziendali. Di certo fare più del richiesto, macinare ore di straordinario, assumersi carichi di lavoro e responsabilità extra può produrre effetti positivi sia per i singoli che per l’organizzazione: il manager ottiene i risultati in termini di produttività e il lavoratore si sente più motivato e positivo rispetto alle sue prospettive di carriera. Ma qual è il retro della medaglia?

Potrebbero insorgere, solo per fare un esempio, situazioni di stress o conflitto in termini di work-life balance con possibili ripercussioni che esulano dal posto di lavoro e incidono sul benessere generale delle persone coinvolte.

Con questo non voglio affatto ignorare gli aspetti sfidanti del “fare il passo in più” e la straordinaria soddisfazione che ne può derivare. Persegui i tuoi obiettivi e fai del tuo meglio per raggiungerli, non importa se stai correndo la tua maratona, insegnando a leggere a tuo figlio di 5 anni o guidando un business di successo, ma considera anche che alcuni comportamenti extra mile, seppur facilmente gestibili nell’immediato, potrebbero rivelarsi meno sostenibili sul lungo periodo.

Il confine tra extra mile e stress è sottile.

Quindi il punto è: Qual è l’impatto del miglio in più su di te? Come intendi gestirlo?

Curiosa di sapere qual è la tua strategia.

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Imagine you are a runner. You are running your own marathon, all your muscles are under stress, your oxygen demand increases rapidly as well as your heartbeat. You have just successfully reached your distance, the one you set for yourself. You are exhausted but do not stop. You slow down slightly … resume your pace and then keep running, until the next mile.

In today’s competitive world, where fame and power are the great motivators, we constantly receive inputs that urge us to go further and beyond our limits. It is said that if you want excellence you must necessarily make an extra effort and this is actually a typical attitude of the entrepreneurial mindset: getting there where others have not yet arrived.

At this point, someone might think that “going beyond” simply means moving the next step, but it is not exactly like that. The extra mile is the step we take when the journey is already over, the required distance has been reached and we still decide to continue. We realize that it is an extra mile because every single part of our body tells us.

The extra mile is therefore not a casual or easy action, nor a stroke of luck. It has never to do with the ordinary but with the extraordinary. So the question is: Are we sure that striving for the extra mile is always ideal? What would happen if that step forward turned out to be a backward step?

Take the manager who wants to get more from his staff to improve company performance. Certainly doing more than required, grinding hours of overtime, taking on more tasks and extra responsibilities are advantageous for both for individuals and for the organization: managers enhance productivity and employees feel more motivated and positive about career development. But what is the other side of the coin? 

Where individuals are held accountable for their results, going beyond the call of duty can carry negative consequences such us job-related stress and work-life imbalance. The costs to employees may also have repercussions far outside the workplace and potentially can lead to a loss in individual well-being.

This does not mean we should ignore the challenging aspects of taking the extra step and the big satisfaction that comes from it. No matters if you are running your marathon, driving a successful business or teaching your 5-year-old son to read: pursue your goals and do your best to achieve them, but also consider that some extra mile behaviors, although easily manageable immediately, may prove less sustainable in the long run.

The boundary between the extra mile and stress is subtle.

So the point is: What is the impact of the extra effort to you? How do you handle with it?

I’m curious to know what your strategy is.

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The big picture

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L’altro giorno per strada ho visto un’auto sul cui vetro era esposto un adesivo con la scritta: “Se non vedi il mio specchietto retrovisore, io non posso vedere te”. All’inizio ho pensato semplicemente ad un divertente messaggio di sensibilizzazione sulla sicurezza stradale, in effetti se nel guidare non mi tengo ad una ragionevole distanza dall’auto che ho davanti, qualsiasi frenata o manovra improvvisa potrebbe diventare un problema.

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Poi ho letto in quel messaggio anche un significato più ampio: “Se ci avviciniamo troppo ad una situazione, evento o sensazione, tanto da esserne assorbiti, da entrarne a far parte, non ne cogliamo più la visione di insieme”.

Pensiamo a come viviamo le nostre vite e a come ci approcciamo alle cose che ci accadono.

La capacità di conoscere i dettagli e di non lasciare niente al caso è una qualità apprezzabile soprattutto in tutte quelle circostanze che richiedono deduttività e pensiero analitico. Analizzare un problema in tutte le sue sfaccettature, per esempio, scomporlo in parti più piccole per dipanarne tutti gli snodi nascosti, può essere di estrema utilità per configurare soluzioni possibili. Tuttavia, concentrandoci solo sul controllo dei dettagli e delle singole specificità rischiamo di non fare sintesi del problema, di non cogliere l’intero.

Se ci pensiamo bene, per avere una chiara comprensione di un evento e delle relazioni tra le diverse parti che lo compongono occorre mantenere una certa distanza di sicurezza. Quella necessaria per non schiantarci in caso di brusca frenata o quantomeno per aprirci una valida via d’uscita in caso di imprevisti sulla strada. La vita è una questione di prospettiva e fortunatamente siamo noi ad avere la facoltà di sceglierla. Possiamo decidere quando e come vedere le cose da angolazioni cosi come da distanze diverse.

Ora, lasciando da parte auto e conducenti per un momento. Considera il modo in cui affronti le cose e l’effetto che questo ha su di te.

Analizzi in profondità ogni minimo dettaglio? Hai un’inclinazione a controllare tutto e tutti da vicino?

Cosa accade se da oggi invece di tuffarti a capofitto dentro una situazione, ti mantieni a due tre passi distanza e la osservi da questa angolazione?

E’ vero che sono sempre le singole parti a costituire l’intero ma se poniamo lo sguardo solo sul dettaglio della singola pennellata, per quanto interessante essa possa rivelarsi, ci perdiamo la meraviglia del grande quadro, lo spettacolo della visione d’insieme.

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The other day on the street I saw a car going by with a sign that said: “If you can’t see my mirrors, I can’t see you”. At first, I simply thought of a funny message about safety, in fact, if I do not keep a reasonable distance from the car in front of me, any braking or sudden turns may create a problem for me and others. Then I read in that message a broader meaning: “If we get too close to a situation, event or sensation, so as to be absorbed and become part of it, we no longer grasp the overall vision”.

Try to think about how we live our lives and how we approach the things that happen to us.

The ability to know the details and leave nothing to chance is an appreciable quality especially in all those circumstances that require deductive and analytical thinking.  Analyzing a problem in all its facets, for example, breaking it down into smaller parts to unravel all the hidden joints, can be extremely useful for configuring possible solutions. However, by focusing only on the control of details and individual specificities, we risk not making a synthesis of the problem, of not grasping the whole.

If we think about it, to have a clear understanding of an event and of the relationships between the different parts of it, we need to maintain a certain safety distance. That distance which is necessary to avoid crashing in case of sudden braking or at least to open a valid way out in case of unexpected on the road. Life is a matter of perspective and fortunately, we are the ones who can choose it. We can decide when and how to see things from different angles and distances.

Now, leaving aside cars and drivers for a moment. Consider the way you deal with things and the effect this has on you.

Do you analyze in depth every little detail? Do you have an inclination to control everything and everyone up close?

What happens if today instead of plunging headlong into a particular situation or activity, you keep two steps away and you look at it from this angle?

A whole is always more than the simple sum of its parts. If we look only at the detail of the single brushstroke, however interesting it may be, we lose the wonder of the big picture, the spectacle of the overall vision.

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The Journey

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Immagina di dover arrivare da un punto A ad un punto B e di poter scegliere il tuo mezzo di trasporto. Potresti raggiungere la tua destinazione in metropolitana o in auto, in bicicletta o a piedi. Di certo scegliendo quest’ultima impiegheresti 10 volte il tempo che ti servirebbe viaggiando in metro ma sei sicuro che arrivare prima sia sempre meglio?

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Siamo portati a pensare che andando più veloci siamo più produttivi, soprattutto in ambito professionale. Siamo impazienti di fare carriera, di essere riconosciuti dagli altri come bravi e competenti, di raggiungere a tutti i costi i nostri più ambiziosi obiettivi. Eppure, l’esperienza insegna che la fretta può essere cattiva consigliera e non conduce necessariamente a risultati positivi.

Si dice che la fretta sia nemica dell’anima. La questione è che stiamo sprecando l’arte di saper aspettare, di aspettare il nostro turno quando siamo in coda al controllo passaporti in aeroporto cosi come di aspettare prima di parlare quando intratteniamo una conversazione (magari ascoltando l’altro per comprenderlo davvero e non solo per ribattere).

A volte ci inventiamo urgenze anche dove non ci sono pur di arrivare primi. Ma nonostante questo mi piace pensare che possiamo portare a termine tutti i nostri compiti e raggiungere la destinazione desiderata anche godendoci il viaggio.

E’ l’eterno duello tra il viaggiare in barca vela e il viaggiare a motore. Un viaggio in barca a vela richiede tempo e pazienza, ci rende consapevoli dei nostri limiti, stimola ad utilizzare razionalmente le risorse che abbiamo a disposizione, sensibilizza al rispetto e alla collaborazione a bordo.

Tuttavia, così come non ci si può improvvisare skipper perché per avventurarsi in mare (e ritornare in porto) bisogna essere preparati ed equipaggiati, allo stesso modo per vivere senza fretta bisogna essere allenati, soprattutto oggi che viviamo nell’epoca dell’alta velocità e del tutto e subito.

Un paio di spunti per cominciare:

Privilegia la qualità alla rapidità
Invece di lottare contro il tempo per eseguire più compiti possibili, allontana le distrazioni e focalizzati sugli impegni davvero importanti per te in quel preciso momento.

Svolgi una sola attività per volta
Il multitasking non è sinonimo di produttività. Sappiamo che la mente umana non può concentrarsi contemporaneamente su più attività senza ridurre la qualità dei singoli processi. Porta a termine un lavoro, quindi, e concediti una breve pausa prima di iniziarne un altro.

Spesso accade che fare le cose di corsa rende vane le nostre scelte più importanti. La calma e la tranquillità, invece, stimolano il cervello ad incanalare le energie in modo efficace e utile a costruire passaggi logici che conducono a soluzioni precise. Quella calma che solo un ormeggio ben fatto ti può dare.

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Imagine having to get from point A to point B and being able to choose your means of transport. You could reach your destination by metro or by car, by bike or on foot. Certainly choosing the latter would take 10 times longer than the first, but are you sure that getting there soon is always better?

We tend to think that rushing around makes us more productive, especially in the professional field. We are impatient to make a career, to be recognized by others as good and competent, to reach our most ambitious goals at all costs. Still, experience teaches that rush can be a bad counselor and does not necessarily lead to positive results.

Somebody says that hurry is the enemy of souls. The question is that we are wasting the art of being able to wait, to wait for our turn when we are in the queue of passport control at the airport as well as to wait before talking when we entertain a conversation (listening to the other to really understand and not only to reply).

Sometimes we create a sense of urgency even if it is not necessary just to get there first. Despite this, I like to think that we can complete all our tasks successfully and arrive at our desired destination even while enjoying the journey.

It is the eternal duel between sailing and motor boating. Sailing takes time and patience, makes aware of limits, stimulates to use resources rationally, sensitizes about respect and collaboration on board. But just as being  a skipper cannot be improvised because to go to the sea (and return to the harbor) you have to well prepared and equipped, in the same way, if you want to live without haste you must be trained, especially today that we live in the age of “high speed and achieve everything immediately”.

A couple of ideas to start:

Prefer quality to speed
Instead of fighting against the clock to perform as many tasks as possible, work with more concentration, drive distractions away and focus on really important things.

Do one thing at a time
Multitasking is not synonymous with productivity. It has been proven that the human mind cannot engage in multiple activities at the same time without drastically reducing the quality of individual processes. Complete a job then, and take a short break before starting another one.

It may happen that hurrying and making things quickly make our most important choices useless. Calm, instead, stimulates the brain to channel the energies in an effective way to build logical plans that lead to precise solutions. That calm that only a well-made mooring can give you.

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Be the best version of yourself

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Se non fai parte dei pochi eletti che vanno in ferie a settembre, allora è probabile tu sia uno fra i 7 italiani su 10 (*) che sono già rientrati al lavoro da almeno un paio di settimane lasciandosi i ricordi estivi alle spalle e le foto delle vacanze in costume su Instagram.

Kitten with mirror on white backgroundSettembre è per antonomasia il mese del rientro. Si torna alla vita di sempre e alla routine, ma rientrare al lavoro dopo la pausa estiva vuol dire anche gettare le basi per un nuovo inizio, definire nuovi step, sperimentare e fissare nuovi obiettivi da raggiungere.
Come affrontare quindi al meglio questa ripartenza? Facendo in modo che ogni singolo giorno sia l’occasione per diventare la migliore versione di te stesso.
Di seguito trovi alcune opzioni:

1. Concentrati sulle tue specifiche qualità personali.
Sii orgoglioso di ciò che sei bravo a fare e non dare per scontato quello che le persone apprezzano di te: può essere la tua determinazione, la tua flessibilità, la tua precisione. Ognuno di noi possiede quella particolare qualità che lo rende speciale e riconoscibile, facciamone tesoro.

2. Non piangere sul latte versato.
A meno che tu non abbia appena rovesciato il tuo fantastico cocktail alla menta piperita sulla tua candida camicia, rimuginare sul passato e sugli errori commessi non serve a molto. Correggi i tuoi sbagli e guarda oltre.

3. Utilizza le tue “qualità autentiche” ma non prenderti troppo sul serio.
A volte una forte determinazione personale rischia di diventare aggressività agli occhi degli altri, la flessibilità se portata all’eccesso può trasformarsi in inconcludenza e persino la precisione, in alcune circostanze, può diventare ossessione. Qualcuno ha detto che un filo d’erba non cresce più in fretta se lo tiriamo, rischia anzi di spezzarsi. Non chiediamo troppo alle nostre qualità.

4. Tieni la mente aperta e fai cose nuove.
Qual è la tua prossima sfida? Prova a chiederti quale comportamento gli altri vorrebbero tu esprimessi di più. Scoprirai che è proprio la qualità in cui sei più debole e che ammiri  invece negli altri. Se ti senti dire che a volte risulti troppo decisionista, la tua prossima sfida potrebbe essere la pazienza, se al contrario la tua eccessiva flessibilità ti rende difficile portare a termine un impegno preso, potresti cominciare ad esercitare maggiore fermezza ed assertività. Pensa in che modo la tua vita migliorerebbe se da oggi accogliessi questa tua nuova sfida.

5. Non temere di osare.
Non lasciare che il comportamento che più detesti negli altri (e che odieresti in te stesso) ti impedisca di focalizzarti sulla tua sfida. Se hai deciso di sfidare la tua forte determinazione e risolutezza sviluppando una maggiore capacità di ascolto e di attenzione verso l’altro, non temere che la paura di diventare troppo remissivo o addirittura passivo ti impedisca di sviluppare la tua sfida.

E’ sempre una questione di scelte. Puoi vivere questa nuova stagione dell’anno per riabbracciare le tue abitudini oppure scegliere di abbracciare nuove opportunità per sviluppare la tua personale area di miglioramento e il tuo potenziale creativo.

Io sono dell’idea di non risparmiare il mio vestito migliore per domani.

La giornata di oggi è unica, non l’hai mai vissuta prima e non la rivivrai più nello stesso modo. Fanne buon uso 🙂 !

(*) Fonte: indagine Coldiretti

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If you are not part of the few who go on vacation in September, then you are probably one of the 7 Italians out of 10 (*) who have already returned to work for at least a couple of weeks leaving the summer memories behind and the best holiday photos on Instagram.

September is the month of re-entry. You return to usual life and to the routine, but coming back to work after the summer break also means setting the basis for a new beginning, defining new steps, experimenting, setting new goals to be achieved.
How to deal with this restart in the best way? Making every single day an opportunity to become the best version of yourself.
Below are some options:

1. Focus on your core qualities.
Be proud of what you are good at and do not take for granted what people appreciate about you: it could be your determination, your flexibility, your precision. We all have that particular quality that makes us special and recognizable, let’s treasure it.

2. Do not cry on spilled milk.
Unless you have just overturned your fantastic peppermint cocktail on your candid shirt, dwelling on the past is useless. Correct your mistake and look beyond.

3. Use your “authentic qualities” but do not take yourself too seriously.
Sometimes a strong personal determination risks becoming aggression in the eyes of others, flexibility, if carried to excess, can turn into inconclusiveness and even precision, in some circumstances, can become an obsession. Someone has said that grass does not grow faster if we pull it. Don’t stress your qualities!

4. Always look for the next challenge.
Ask yourself what behavior the others would like you to express more. You will discover that it is the quality in which you are weaker and that you admire in others. If you are said to be too much a decision-maker, your next challenge might be patience. If, on the contrary, your excessive flexibility makes it difficult for you to complete a commitment, you may begin to exercise more firmness and assertiveness. Think how your life would improve if you welcome this new challenge from today.

5. Do something that scares you.
Do not let the behavior that you most loathe in others (and that you would hate in yourself) prevent you from focusing on your challenge. If you have decided to challenge your strong determination and resoluteness by developing a greater ability to listen to others, do not let that the fear of becoming too submissive or even passive prevent you from developing your challenge.

It is always a question of choices. You can either experience this new season of the year to embrace your habits or you can embrace change to develop your personal area of improvement and your creative potential.

I don’t think I will save things for best.

Today is unique, you’ve never lived it before and will never live it again. Make good use of it!

(*) Source: Coldiretti survey

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Your own ritual

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Terminata una sessione di coaching da un mio cliente, siamo stati distratti dalle urla provenienti dal corridoio. Uno degli ascensori dell’azienda si era bloccato al piano con una persona all’interno e alcuni colleghi le stavano letteralmente gridando di mantenere la calma perché i manutentori erano stati allertati.

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La risposta della persona bloccata all’interno è stata sorprendente: “Tranquilli ragazzi, ne approfitto per fare ginnastica”. Niente salti in alto o flessioni, probabilmente solo qualche attività di stretching muscolare ma di certo capace di generare un positivo effetto antistress su di lei.

Fortunatamente dopo pochi minuti le porte dell’ascensore sono state aperte ma questa esperienza mi ha fatto pensare al modo in cui reagiamo di fronte allo stress, perché imparare a canalizzare le energie fisiche e mentali nella giusta direzione può fare la differenza per noi e per gli altri. Questo non vuol dire eliminare lo stress tout court, una certa dose di stress positivo può essere anzi molto utile per stimolarci a raggiungere i nostri obiettivi, ma significa invece gestirlo strategicamente.

Ritmi incalzanti, impegni eccessivi, incomprensioni, rapporti difficili con il capo o con i colleghi, sono tutti possibili fattori di tensione e per affrontarli al meglio a volte può essere utile fare appello ad una nostra risorsa interiore.

Quando lo stress ci assale l’emozione dominante è la sopraffazione. Fermarsi, fare un bel respiro e rifugiarsi in un nostro rituale o un’attività che ci rassicura (come fare un semplice esercizio di ginnastica per la persona bloccata in ascensore) non solo ci fa stare meglio, ma può contribuire ad affrontare la situazione con rinnovata forza ed energia.

C’è un’altra cosa che ho imparato dalla vicenda dell’ascensore. L’importanza di porsi le domande giuste. Immagina di trovarti di fronte ad un imprevisto, un’avversità o una situazione scomoda. Cosa accade se invece di chiederti, “Perché capitano tutte a me?”, ti ponessi la domanda, “Qual è il  meglio che posso dare in questa circostanza?”

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After a coaching session by one of my clients, we were distracted by the screams coming from the corridor. One of the company’s elevators was stuck to the floor with a person inside and some of the colleagues were literally shouting to stay calm because the maintenance guys had been alerted.

The response of the person stuck inside was surprising: “Do not worry guys, I take this opportunity to do gymnastics”. No high jumps or push-ups, probably just some muscular stretching activity but certainly quite capable of generating a positive anti-stress effect on her.

Fortunately, after a few minutes, the elevator doors were opened but this experience made me think about the way we react to stress. Learning to channel the physical and mental energies in the right direction can make a difference for us and for others. This does not mean eliminating stress tout court, a certain amount of positive stress can indeed be very useful for stimulating us to reach our goals, but instead means managing it strategically.

Challenging rhythms, excessive commitments, misunderstandings, difficult relationships with the boss or with colleagues, are all possible factors of tension and to better deal with them at times it can be useful to appeal to one of our inner resources.

When stress attacks us, the dominant emotion is oppression.

Stop, take a deep breath and take refuge in your own ritual, an activity that reassures you, like doing a simple exercise of gymnastics for the person stuck in the elevator. This will not just make you feel better but can help to face the situation with renewed strength and energy.

There is another thing I learned from the elevator story. The importance of asking the right questions. Imagine that you are facing an unexpected event, an adversity or an uncomfortable situation. What happens if instead of asking, “why do they all come to me?” you ask yourself,  “what is the best I can do in this situation? “

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“Lunch atop a Skyscraper”

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Provo una particolare simpatia per questa foto, uno degli scatti più celebri al mondo. Ritrae alcuni operai mentre mangiano sulla trave di un grattacielo in costruzione a New York nei primi anni del secolo scorso. Nonostante non ami molto le altezze eccessive, nell’osservare questa immagine ho sempre pensato che quegli uomini dovevano aver goduto di una vista straordinaria da una prospettiva così alta.

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Ho messo alla prova il mio disagio rispetto all’altitudine in occasione della mia prima visita alla “Freedom Tower”, il più alto edificio dell’emisfero occidentale costruito sul sito delle precedenti Torri Gemelle. La salita in ascensore fino al 102° piano è stata velocissima. Appena il tempo di afferrare la mano di mio marito accanto a me e, in un battibaleno, mi sono trovata ad un’altezza di oltre 540 metri sopra il livello del mare, con una sensazione di leggero mal di testa. Un momento dopo, entrando a livello dell’Osservatorio, sono rimasta letteralmente senza fiato.

Ero senza fiato non a causa dell’incredibile all’altezza a cui mi trovassi ma per l’incredibile bellezza che si manifestava davanti ai miei occhi. In quel momento ho sperimentato davvero il significato dello slogan del One World Observatory che avevo letto poco prima di salire: “Experience is more than just views from the top”.

Soffrire o meno di vertigini può far parte del mio DNA ma, di fronte alla vista mozzafiato di una delle città più affascinanti del mondo, la biologia è andata in secondo piano: in quel momento l’impatto positivo di quell’esperienza era superiore alla sensazione negativa provata prima di salire.

Ho compreso allora che il delicato processo con cui decidiamo di entrare in una nuova zona di confort può dipendere da due fattori: la ricompensa emozionale che ne riceviamo e il supporto di qualcuno che sappia “darci la mano” nel momento in cui ne abbiamo più bisogno.

Può capitare che la nuova situazione in cui ci troviamo non sia di immediato confort, ma se l’emozione positiva che ne scaturisce è superiore a quella negativa provata nel lasciare lo stato in cui eravamo, allora i nostri sforzi saranno ricompensati. Potremmo facilmente accorgerci che salire ad un livello superiore per andare a pranzo sul grattacielo ripaga ampiamente il disagio iniziale di lasciare il piano terra.

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I particularly like this photo, one of the most famous shots in the world. It portrays some workers while eating on the beam of a skyscraper under construction in New York in the early years of the last century. Although I do not love heights, I have always thought that those men must have enjoyed an extraordinary view from that high perspective.

I tested my discomfort with the altitude on the occasion of my first visit to the “Freedom Tower”, the tallest building in the Western Hemisphere built on the site of the previous Twin Towers. The lift up to the 102nd floor was very fast. Just enough time to grab my husband’s hand next to me and, in a flash, I found myself at a height of over 540 meters above sea level, with a feeling of a slight headache. A moment later, when I entered the Observatory, I was literally breathless.

I was breathless not because of the incredible height I was, but because of the incredible beauty I could see in front of me. At that moment I really understood the meaning of the One World Observatory slogan I had read shortly before going up: “Experience is more than just views from the top”. 

Suffering or not of vertigo can be part of my DNA but, faced with the breathtaking view of one of the most fascinating cities in the world, I just put the biology into background: the positive impact of that experience on me was superior to the feeling of discomfort experienced before going to the top of that building.

I soon realized that entering a new comfort zone can depend on two factors: the emotional reward we receive and the support of someone who knows how to “give us a hand” when we need it most.

It may happen that the new situation is not comfortable at first sight, but if the positive emotion that results from it is greater than the negative one experienced in leaving the state in which we were, then our efforts will be rewarded. We could easily realize that going up to a higher level and have lunch on the skyscraper amply repays the initial inconvenience of leaving the ground floor.

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Are you afraid of Change?

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Tre anni fa accettai con entusiasmo l’idea di trasferirmi all’estero per motivi professionali di mio marito. Mi affascinava la nuova esperienza, uscire dalla quotidianità che avevo costruito a Milano, apprendere una nuova lingua e una nuova cultura.

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Appena arrivarono gli addetti dell’agenzia cui avevamo affidato il trasferimento, mi ritrovai catapultata in un flusso veloce gestito da queste persone che, quasi senza accorgermene, impacchettarono con sicurezza tutte le nostre cose cambiando completamente l’aspetto del nostro appartamento.

Nonostante fossi inizialmente eccitata da questa vicenda, ben presto nell’osservare la casa spoglia, provai un sentimento di malinconia e di timore insieme. Non nego che l’indomani mattina, il giorno della partenza, versai qualche lacrima mentre uscivo per ultima chiudendo la porta dietro di me.

C’era qualcosa di simile alla paura di mettermi in movimento verso il nuovo. Sebbene la prospettiva di partire mi affascinasse, ne avevo anche timore. Stavo per lasciare le mie granitiche certezze per andare verso qualcosa di sconosciuto ed incerto, un foglio bianco ancora da scrivere.

L’arrivo nella nuova città, nel nord Europa, non fu amore a prima vista: le condizioni atmosferiche non mi aiutarono, la lingua neppure, ed anche le attività più ovvie (come la spesa al supermercato) mi apparivano complicate. In qualche modo mi erano scomode perché uscivano dalla mia mappa di riferimento. Invece che inserire il pilota automatico nella mia mente, come avrei fatto a Milano, mi costringevano ad esplorare percorsi mentali differenti.

In quelle prime settimane ero impegnata a fare continui paragoni con ciò che avevo lasciato, e più rimanevo ancorata a quel solido ricordo, meno apprezzavo ciò che mi stava offrendo la nuova realtà.

Mi ci volle un po’ di tempo per valutare positivamente la nuova città e scoprire che la dimensione in cui mi ero calata era più accattivante di quella che avevo lasciato.

Oggi ho compreso che la mia non era paura di andare verso il nuovo ma piuttosto resistenza ad andare oltre quello che conoscevo già e di cui ero esperta, resistenza ad ampliare il mio orizzonte e a muovere il mio passo oltre il confine idealmente tracciato dalle mie consuetudini.

Ho compreso inoltre che non dobbiamo necessariamente abbandonare la nostra zona di confort, è il nostro rifugio sicuro ed è lì che custodiamo i nostri punti di forza cosi come le nostre debolezze, può essere utile invece allargarla progressivamente, facendovi entrare nuovi stimoli ed esperienze.

Possiamo anche decidere di continuare a chiuderci dentro il nostro amato rifugio. Ma cosi facendo, quali opportunità, sfide, occasioni manchiamo di vedere?

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Three years ago I enthusiastically accepted the idea of moving abroad for my husband’s professional reasons. I was fascinated by this new experience, getting out of the everyday life I had in Milan, learning a new language and approaching a new culture.

As soon as the employees of the relocation agency arrived, I found myself thrown into a fast flow managed by these people who safely packed all our things and completely changed the appearance of our apartment.

Although I was initially excited by this experience, I soon felt melancholy and fear to look at my empty house. I do not deny that the next morning, the day of departure, I shed a few tears as I went out last, closing the door behind me. There was something like the fear of moving towards the new. Although the prospect of leaving fascinated me, I was also afraid of it. I was about to leave my granitic certainties to go towards something unknown and uncertain, a blank sheet still to be written.

Our arrival in the new town, in northern Europe, was not love at first sight: the weather conditions did not help me, as well as the language, and even the most obvious activities (such as supermarket shopping) seemed complicated to me. Somehow these new things were inconvenient to me because they came out of my reference map. Instead of putting the autopilot in my mind, as I would have done in Milan, they forced me to explore different mental paths.

In those first weeks I was busy making continuous comparisons with what I had left, and the more I remained anchored to that solid memory, the less I appreciated what the new reality was offering me. It took me some time to appreciate the new town and happily discover that the new dimension was more captivating than the one I had left.

Today I understand that I was not afraid of going towards the new but I had resistance to go beyond what I already knew and experienced, therefore not widening my horizon nor moving my step beyond the boundary ideally traced by my habits.

I have also understood that we do not necessarily have to abandon our comfort zone, it is our safe haven and it is the place where we preserve our strengths as well as our weaknesses, but it can be useful to enlarge it progressively, letting new experiences to enrich it.

We can also decide to lock ourselves in our beloved shelter. But in doing so, what opportunities and challenges do we fail to see?

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How selfish are you?

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Ho lavorato con una collega pronta ad aiutare chiunque in qualunque situazione. Rispondeva a tutte le richieste che inondavano la sua casella di posta elettronica e si sentiva in dovere di fare favori anche di fronte a richieste di aiuto improvvise. Tutti sapevano di poter contare su di lei.

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Concentrata com’era sugli altri, finiva con il rimanere oltre misura in ufficio sacrificando se stessa e il suo tempo, ostaggio della sua stessa fama.

Il fatto è che più rispondeva alle richieste degli altri, più veniva privata delle sue energie e più faticava a concentrarsi sul suo lavoro e sulle attività che la riguardavano in prima persona. In altre parole, l’eccesso di aiuto la stava danneggiando.

Trovarsi in condizioni di questo genere può essere logorante ed innescare un vero e proprio corto circuito. Quando passiamo troppo tempo in modalità “risposta” ci rendiamo vulnerabili, soprattutto nei confronti di chi considera ogni interazione con noi una buona occasione per sviluppare i suoi interessi.

La generosità è una virtù personale e una grande risorsa all’interno delle organizzazioni. Saper mettere in comune il proprio tempo e le proprie conoscenze è sicuramente positivo ma tentare di fare tutto per tutti può essere disfunzionale.

La buona notizia è che abbiamo l’opzione di essere più selettivi nel modo in cui aiutiamo gli altri.

Possiamo scegliere per esempio di offrire loro ciò che sappiamo fare veramente bene, che ci diverte e in cui ci siamo specializzati. In questo modo forniamo agli altri un aiuto produttivo e specifico, senza sentirci obbligati a rispondere indefinitamente a tutte le richieste che riceviamo.

Qualificarci come esperti nel nostro campo, invece che come tuttologi o tuttofare, ci consente di porre dei confini, di decidere quando intervenire con il nostro contributo di valore, salvaguardando il nostro tempo e le nostre riserve di energia.

Paradossalmente pensare prima a noi stessi ed essere egoisti è il passaggio preliminare per poi aiutare gli altri con passione, per sostenere nel tempo la nostra generosità e creare valore aggiunto per noi e per le persone che ci circondano.

Quali sono allora le nostre capacità uniche, la nostra expertise che vogliamo mettere a disposizione degli altri per fare davvero la differenza?

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English version below

I worked with a colleague ready to help anyone in any situation. She answered all the requests that flooded her e-mail box and felt compelled to do favors even in front of sudden requests for help. Everyone knew they could count on her.

Concentrated as she was on others, she ended up staying over-time in the office sacrificing herself and her time, hostage to her own fame.

The fact is that the more she responded to the others’ demands, the more she was deprived of her energies and the more she had trouble concentrating on her work and activities.  In other words, the excess of help was damaging her.

Being in such conditions can be exhausting and trigger a real short circuit. When we spend too much time in “answer” mode, we become vulnerable, especially to those who consider every interaction with us a good opportunity to develop their interests.

Generosity is a personal virtue and a great resource within organizations. Knowing how to share one’s time and knowledge is certainly positive, but trying to do everything for everyone can be dysfunctional.

The good news is that we have the option of being more selective in the way we help others. We can choose, for example, to offer them what we really do well, that we enjoy and we are specialized in. In this way, we provide others with productive and specific help, without feeling obliged to respond indefinitely to all the requests we receive.

Qualifying us as experts in our field, rather than as all-rounders or handymen, allows us to set boundaries, to decide when to act with our valuable contribution, safeguarding our time and our energy reserves.

Paradoxically, thinking first of ourselves and being selfish is the preliminary step to help others with passion, to sustain our generosity over time and create added value for us and for the people around us.

What then are our unique capabilities, our expertise that we want to make available to others in order to make a real difference?

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When do you live?

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Guidare la propria auto in autostrada ad alta velocità e con lo sguardo fisso sullo specchietto retrovisore è poco raccomandabile. Benché le sagome delle automobili che ci precedono siano percepibili dal nostro occhio, focalizzare lo sguardo all’indietro non consente di riconoscere velocità e deviazioni che potrebbero mettere a rischio la nostra incolumità e quella di chi viaggia con noi.

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Allo stesso modo, vivere il presente rimanendo ancorati con il pensiero al passato impedisce di concentrarci su ciò che accade oggi e ci espone al rischio di non vivere in modo pieno e consapevole. Quando scegliamo di stare nel passato, tutte le nostre esperienze quotidiane e le emozioni che ne derivano, le nostre azioni cosi come le relazioni che instauriamo con le persone accanto a noi, vengono vissute come se fossero sfocate. In simili circostanze, il presente diventa una dimensione appannata, dalle sagome indefinite e sfuggenti quasi come quelle delle auto che scorrono davanti a noi in autostrada quando il nostro occhio è focalizzato sullo specchietto retrovisore.

Capita a tutti di ripensare e rivivere momenti del passato, ma trascorrervi troppo tempo sarebbe come guardare un film premendo continuamente il tasto rewind e soffermarsi solo su certe scene. In definitiva, ci priverebbe dell’emozione di seguire lo svolgersi della trama, con tanto di sorprese e colpi di scena.

Questo non vuol dire che dobbiamo trascurare ciò che è successo ieri. Al contrario, soprattutto quando abbiamo situazioni in sospeso con il nostro passato può essere utile osservare lo specchietto retrovisore per parcheggiare l’auto, fare una sosta, identificare in modo chiaro la nostra meta e rimetterci in moto nella direzione desiderata con lo sguardo attento sulla strada di fronte a noi.

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Driving our car on a high-speed highway and with eyes fixed on the rear-view mirror is not recommended. Although the shapes of the cars that precede us are perceptible from our eyes, focusing the gaze backward does not allow us to recognize the speed and deviation that could endanger our safety and the one of those who travels with us.

Likewise, living the present while remaining anchored with the thought of the past prevents us from concentrating on what is happening today and exposes to the risk of not living fully and consciously. When we choose to stay in the past, all our daily experiences and emotions, our actions as well as the relationships that we establish with the people next to us, are experienced as if they were blurred. In such circumstances, the present becomes a dimmed dimension, from the undefined and elusive shapes almost like those of the cars that flow in front of us on the freeway when our eye is focused on the rearview mirror.

It happens to everyone to rethink and relive moments of the past, but spending too much time on it would be like watching a movie by continuously pressing the rewind key and dwelling only on certain scenes. Ultimately, it would deprive us of the emotion of following the unfolding of the plot, with lots of surprises and twists.

This does not mean that we must overlook what happened yesterday. On the contrary, especially when we have outstanding situations with our past, it can be useful to look at the rearview mirror to park the car, stop for few moments, clearly identify our destination and get back in motion towards the desired direction with a careful look on the road in front of us.

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Seven billion Perfection

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Ho passato i primi dieci anni di carriera inseguendo la perfezione basata su stereotipi studiati all’Università o su valori personali non ancora maturi, e la seconda decade ad inseguire la perfezione lavorativa delineata dai principi diffusi dall’azienda di turno.

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Mi è capitato di essere stata valutata troppo proattiva, altre volte troppo poco. Mi hanno detto di essere empatica ed altre volte distaccata. In alcuni casi ero orientata agli obiettivi, in altri invece no.

Certamente la mia natura di perfezionista non mi ha aiutato, ed entusiasmo e sconforto si sono alternati negli anni.

Oggi, finalmente, ho realizzato che siamo più di sette miliardi di abitanti su questo pianeta e la perfezione in quanto tale non esiste perché basata su innumerevoli concetti di perfezione differenti.  Impossibile soddisfarli tutti.

E così, come d’incanto, la ricerca della perfezione si è trasformata nella ricerca di guida e di riscontro da parte di coloro che più stimo, professionalmente e non solo. Accetto quindi di essere in corsa verso un livello di perfezione sempre crescente, sebbene strettamente soggettivo.

Nelle persone che considero i miei modelli, cerco canoni di comportamento ottimali anziché parametri di perfezione. Il costante confronto con queste persone mi aiuta a definire un perimetro di valori e di azioni entro cui misurarmi, di volta in volta. Mi prendo lo spazio, senza che questo sia maggioritario, anche per considerare i pareri di altri che, sebbene seguano valori diversi dai miei, riescono ad essere efficaci in ambito lavorativo e nella vita.

Accade quindi che invece di muovermi in un campo in cui l’idea di perfezione viene definita in sette miliardi di modi diversi, alleno i miei comportamenti in un campo più ristretto, con la consapevolezza di potermi esprimere e di interagire nel mondo accettando soglie di successo diverse.

Ho compreso che la perfezione non esiste e che perseguire modelli di comportamento per me ideali e coerenti è la chiave che mi consente di giocare su più fronti, uscendone interiormente rafforzata.

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English version below

I spent the first ten years of my career pursuing the perfection based on stereotypes studied at the University or on personal values ​​not yet mature, and the second decade to pursue the perfection of work outlined by the principles disseminated by companies employing me.

It happened to me that I was evaluated as too proactive, sometimes as too little. They told me I was empathic and sometimes detached. In some cases I was goal-oriented, but not in others.

Certainly my nature as a perfectionist has not helped me, and enthusiasm and discomfort have alternated over the years.

Today, at last, I have realized that we are more than seven billion inhabitants on this planet and perfection as such does not exist precisely because it is based on innumerable concepts of different perfection. We could not match all of these.

And so, as if by magic, the search for perfection has turned into the search for guidance and feedback from those who are most esteemed, professionally and not only. I therefore agree to be running towards a level of ever-increasing, though strictly subjective, perfection.

In the people I consider my models, I look for optimal behavioral rules instead of parameters of perfection. The constant comparison with these people helps me to define a perimeter of values ​​and actions within which measuring myself, from time to time. I take the space, without this being a majority, even to consider the opinions of others who, although they follow different values ​​than mine, manage to be effective in the workplace and in life.

So it happens that instead of moving in a field where the idea of ​​perfection is defined in seven billion different ways, I train my behavior in a narrower field, with the awareness of being able to express myself and interact in the world accepting thresholds of different successes.

I understood that perfection does not exist and that to pursue models of behavior that are ideal and coherent for me is the key that allows me to play on several fronts, always inwardly reinforced.

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