Your own ritual

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Terminata una sessione di coaching da un mio cliente, siamo stati distratti dalle urla provenienti dal corridoio. Uno degli ascensori dell’azienda si era bloccato al piano con una persona all’interno e alcuni colleghi le stavano letteralmente gridando di mantenere la calma perché i manutentori erano stati allertati.

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La risposta della persona bloccata all’interno è stata sorprendente: “Tranquilli ragazzi, ne approfitto per fare ginnastica”. Niente salti in alto o flessioni, probabilmente solo qualche attività di stretching muscolare ma di certo capace di generare un positivo effetto antistress su di lei.

Fortunatamente dopo pochi minuti le porte dell’ascensore sono state aperte ma questa esperienza mi ha fatto pensare al modo in cui reagiamo di fronte allo stress, perché imparare a canalizzare le energie fisiche e mentali nella giusta direzione può fare la differenza per noi e per gli altri. Questo non vuol dire eliminare lo stress tout court, una certa dose di stress positivo può essere anzi molto utile per stimolarci a raggiungere i nostri obiettivi, ma significa invece gestirlo strategicamente.

Ritmi incalzanti, impegni eccessivi, incomprensioni, rapporti difficili con il capo o con i colleghi, sono tutti possibili fattori di tensione e per affrontarli al meglio a volte può essere utile fare appello ad una nostra risorsa interiore.

Quando lo stress ci assale l’emozione dominante è la sopraffazione. Fermarsi, fare un bel respiro e rifugiarsi in un nostro rituale o un’attività che ci rassicura (come fare un semplice esercizio di ginnastica per la persona bloccata in ascensore) non solo ci fa stare meglio, ma può contribuire ad affrontare la situazione con rinnovata forza ed energia.

C’è un’altra cosa che ho imparato dalla vicenda dell’ascensore. L’importanza di porsi le domande giuste. Immagina di trovarti di fronte ad un imprevisto, un’avversità o una situazione scomoda. Cosa accade se invece di chiederti, “Perché capitano tutte a me?”, ti ponessi la domanda, “Qual è il  meglio che posso dare in questa circostanza?”

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After a coaching session by one of my clients, we were distracted by the screams coming from the corridor. One of the company’s elevators was stuck to the floor with a person inside and some of the colleagues were literally shouting to stay calm because the maintenance guys had been alerted.

The response of the person stuck inside was surprising: “Do not worry guys, I take this opportunity to do gymnastics”. No high jumps or push-ups, probably just some muscular stretching activity but certainly quite capable of generating a positive anti-stress effect on her.

Fortunately, after a few minutes, the elevator doors were opened but this experience made me think about the way we react to stress. Learning to channel the physical and mental energies in the right direction can make a difference for us and for others. This does not mean eliminating stress tout court, a certain amount of positive stress can indeed be very useful for stimulating us to reach our goals, but instead means managing it strategically.

Challenging rhythms, excessive commitments, misunderstandings, difficult relationships with the boss or with colleagues, are all possible factors of tension and to better deal with them at times it can be useful to appeal to one of our inner resources.

When stress attacks us, the dominant emotion is oppression.

Stop, take a deep breath and take refuge in your own ritual, an activity that reassures you, like doing a simple exercise of gymnastics for the person stuck in the elevator. This will not just make you feel better but can help to face the situation with renewed strength and energy.

There is another thing I learned from the elevator story. The importance of asking the right questions. Imagine that you are facing an unexpected event, an adversity or an uncomfortable situation. What happens if instead of asking, “why do they all come to me?” you ask yourself,  “what is the best I can do in this situation? “

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“Lunch atop a Skyscraper”

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Provo una particolare simpatia per questa foto, uno degli scatti più celebri al mondo. Ritrae alcuni operai mentre mangiano sulla trave di un grattacielo in costruzione a New York nei primi anni del secolo scorso. Nonostante non ami molto le altezze eccessive, nell’osservare questa immagine ho sempre pensato che quegli uomini dovevano aver goduto di una vista straordinaria da una prospettiva così alta.

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Ho messo alla prova il mio disagio rispetto all’altitudine in occasione della mia prima visita alla “Freedom Tower”, il più alto edificio dell’emisfero occidentale costruito sul sito delle precedenti Torri Gemelle. La salita in ascensore fino al 102° piano è stata velocissima. Appena il tempo di afferrare la mano di mio marito accanto a me e, in un battibaleno, mi sono trovata ad un’altezza di oltre 540 metri sopra il livello del mare, con una sensazione di leggero mal di testa. Un momento dopo, entrando a livello dell’Osservatorio, sono rimasta letteralmente senza fiato.

Ero senza fiato non a causa dell’incredibile all’altezza a cui mi trovassi ma per l’incredibile bellezza che si manifestava davanti ai miei occhi. In quel momento ho sperimentato davvero il significato dello slogan del One World Observatory che avevo letto poco prima di salire: “Experience is more than just views from the top”.

Soffrire o meno di vertigini può far parte del mio DNA ma, di fronte alla vista mozzafiato di una delle città più affascinanti del mondo, la biologia è andata in secondo piano: in quel momento l’impatto positivo di quell’esperienza era superiore alla sensazione negativa provata prima di salire.

Ho compreso allora che il delicato processo con cui decidiamo di entrare in una nuova zona di confort può dipendere da due fattori: la ricompensa emozionale che ne riceviamo e il supporto di qualcuno che sappia “darci la mano” nel momento in cui ne abbiamo più bisogno.

Può capitare che la nuova situazione in cui ci troviamo non sia di immediato confort, ma se l’emozione positiva che ne scaturisce è superiore a quella negativa provata nel lasciare lo stato in cui eravamo, allora i nostri sforzi saranno ricompensati. Potremmo facilmente accorgerci che salire ad un livello superiore per andare a pranzo sul grattacielo ripaga ampiamente il disagio iniziale di lasciare il piano terra.

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I particularly like this photo, one of the most famous shots in the world. It portrays some workers while eating on the beam of a skyscraper under construction in New York in the early years of the last century. Although I do not love heights, I have always thought that those men must have enjoyed an extraordinary view from that high perspective.

I tested my discomfort with the altitude on the occasion of my first visit to the “Freedom Tower”, the tallest building in the Western Hemisphere built on the site of the previous Twin Towers. The lift up to the 102nd floor was very fast. Just enough time to grab my husband’s hand next to me and, in a flash, I found myself at a height of over 540 meters above sea level, with a feeling of a slight headache. A moment later, when I entered the Observatory, I was literally breathless.

I was breathless not because of the incredible height I was, but because of the incredible beauty I could see in front of me. At that moment I really understood the meaning of the One World Observatory slogan I had read shortly before going up: “Experience is more than just views from the top”. 

Suffering or not of vertigo can be part of my DNA but, faced with the breathtaking view of one of the most fascinating cities in the world, I just put the biology into background: the positive impact of that experience on me was superior to the feeling of discomfort experienced before going to the top of that building.

I soon realized that entering a new comfort zone can depend on two factors: the emotional reward we receive and the support of someone who knows how to “give us a hand” when we need it most.

It may happen that the new situation is not comfortable at first sight, but if the positive emotion that results from it is greater than the negative one experienced in leaving the state in which we were, then our efforts will be rewarded. We could easily realize that going up to a higher level and have lunch on the skyscraper amply repays the initial inconvenience of leaving the ground floor.

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Are you afraid of Change?

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Tre anni fa accettai con entusiasmo l’idea di trasferirmi all’estero per motivi professionali di mio marito. Mi affascinava la nuova esperienza, uscire dalla quotidianità che avevo costruito a Milano, apprendere una nuova lingua e una nuova cultura.

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Appena arrivarono gli addetti dell’agenzia cui avevamo affidato il trasferimento, mi ritrovai catapultata in un flusso veloce gestito da queste persone che, quasi senza accorgermene, impacchettarono con sicurezza tutte le nostre cose cambiando completamente l’aspetto del nostro appartamento.

Nonostante fossi inizialmente eccitata da questa vicenda, ben presto nell’osservare la casa spoglia, provai un sentimento di malinconia e di timore insieme. Non nego che l’indomani mattina, il giorno della partenza, versai qualche lacrima mentre uscivo per ultima chiudendo la porta dietro di me.

C’era qualcosa di simile alla paura di mettermi in movimento verso il nuovo. Sebbene la prospettiva di partire mi affascinasse, ne avevo anche timore. Stavo per lasciare le mie granitiche certezze per andare verso qualcosa di sconosciuto ed incerto, un foglio bianco ancora da scrivere.

L’arrivo nella nuova città, nel nord Europa, non fu amore a prima vista: le condizioni atmosferiche non mi aiutarono, la lingua neppure, ed anche le attività più ovvie (come la spesa al supermercato) mi apparivano complicate. In qualche modo mi erano scomode perché uscivano dalla mia mappa di riferimento. Invece che inserire il pilota automatico nella mia mente, come avrei fatto a Milano, mi costringevano ad esplorare percorsi mentali differenti.

In quelle prime settimane ero impegnata a fare continui paragoni con ciò che avevo lasciato, e più rimanevo ancorata a quel solido ricordo, meno apprezzavo ciò che mi stava offrendo la nuova realtà.

Mi ci volle un po’ di tempo per valutare positivamente la nuova città e scoprire che la dimensione in cui mi ero calata era più accattivante di quella che avevo lasciato.

Oggi ho compreso che la mia non era paura di andare verso il nuovo ma piuttosto resistenza ad andare oltre quello che conoscevo già e di cui ero esperta, resistenza ad ampliare il mio orizzonte e a muovere il mio passo oltre il confine idealmente tracciato dalle mie consuetudini.

Ho compreso inoltre che non dobbiamo necessariamente abbandonare la nostra zona di confort, è il nostro rifugio sicuro ed è lì che custodiamo i nostri punti di forza cosi come le nostre debolezze, può essere utile invece allargarla progressivamente, facendovi entrare nuovi stimoli ed esperienze.

Possiamo anche decidere di continuare a chiuderci dentro il nostro amato rifugio. Ma cosi facendo, quali opportunità, sfide, occasioni manchiamo di vedere?

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Three years ago I enthusiastically accepted the idea of moving abroad for my husband’s professional reasons. I was fascinated by this new experience, getting out of the everyday life I had in Milan, learning a new language and approaching a new culture.

As soon as the employees of the relocation agency arrived, I found myself thrown into a fast flow managed by these people who safely packed all our things and completely changed the appearance of our apartment.

Although I was initially excited by this experience, I soon felt melancholy and fear to look at my empty house. I do not deny that the next morning, the day of departure, I shed a few tears as I went out last, closing the door behind me. There was something like the fear of moving towards the new. Although the prospect of leaving fascinated me, I was also afraid of it. I was about to leave my granitic certainties to go towards something unknown and uncertain, a blank sheet still to be written.

Our arrival in the new town, in northern Europe, was not love at first sight: the weather conditions did not help me, as well as the language, and even the most obvious activities (such as supermarket shopping) seemed complicated to me. Somehow these new things were inconvenient to me because they came out of my reference map. Instead of putting the autopilot in my mind, as I would have done in Milan, they forced me to explore different mental paths.

In those first weeks I was busy making continuous comparisons with what I had left, and the more I remained anchored to that solid memory, the less I appreciated what the new reality was offering me. It took me some time to appreciate the new town and happily discover that the new dimension was more captivating than the one I had left.

Today I understand that I was not afraid of going towards the new but I had resistance to go beyond what I already knew and experienced, therefore not widening my horizon nor moving my step beyond the boundary ideally traced by my habits.

I have also understood that we do not necessarily have to abandon our comfort zone, it is our safe haven and it is the place where we preserve our strengths as well as our weaknesses, but it can be useful to enlarge it progressively, letting new experiences to enrich it.

We can also decide to lock ourselves in our beloved shelter. But in doing so, what opportunities and challenges do we fail to see?

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How selfish are you?

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Ho lavorato con una collega pronta ad aiutare chiunque in qualunque situazione. Rispondeva a tutte le richieste che inondavano la sua casella di posta elettronica e si sentiva in dovere di fare favori anche di fronte a richieste di aiuto improvvise. Tutti sapevano di poter contare su di lei.

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Concentrata com’era sugli altri, finiva con il rimanere oltre misura in ufficio sacrificando se stessa e il suo tempo, ostaggio della sua stessa fama.

Il fatto è che più rispondeva alle richieste degli altri, più veniva privata delle sue energie e più faticava a concentrarsi sul suo lavoro e sulle attività che la riguardavano in prima persona. In altre parole, l’eccesso di aiuto la stava danneggiando.

Trovarsi in condizioni di questo genere può essere logorante ed innescare un vero e proprio corto circuito. Quando passiamo troppo tempo in modalità “risposta” ci rendiamo vulnerabili, soprattutto nei confronti di chi considera ogni interazione con noi una buona occasione per sviluppare i suoi interessi.

La generosità è una virtù personale e una grande risorsa all’interno delle organizzazioni. Saper mettere in comune il proprio tempo e le proprie conoscenze è sicuramente positivo ma tentare di fare tutto per tutti può essere disfunzionale.

La buona notizia è che abbiamo l’opzione di essere più selettivi nel modo in cui aiutiamo gli altri.

Possiamo scegliere per esempio di offrire loro ciò che sappiamo fare veramente bene, che ci diverte e in cui ci siamo specializzati. In questo modo forniamo agli altri un aiuto produttivo e specifico, senza sentirci obbligati a rispondere indefinitamente a tutte le richieste che riceviamo.

Qualificarci come esperti nel nostro campo, invece che come tuttologi o tuttofare, ci consente di porre dei confini, di decidere quando intervenire con il nostro contributo di valore, salvaguardando il nostro tempo e le nostre riserve di energia.

Paradossalmente pensare prima a noi stessi ed essere egoisti è il passaggio preliminare per poi aiutare gli altri con passione, per sostenere nel tempo la nostra generosità e creare valore aggiunto per noi e per le persone che ci circondano.

Quali sono allora le nostre capacità uniche, la nostra expertise che vogliamo mettere a disposizione degli altri per fare davvero la differenza?

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I worked with a colleague ready to help anyone in any situation. She answered all the requests that flooded her e-mail box and felt compelled to do favors even in front of sudden requests for help. Everyone knew they could count on her.

Concentrated as she was on others, she ended up staying over-time in the office sacrificing herself and her time, hostage to her own fame.

The fact is that the more she responded to the others’ demands, the more she was deprived of her energies and the more she had trouble concentrating on her work and activities.  In other words, the excess of help was damaging her.

Being in such conditions can be exhausting and trigger a real short circuit. When we spend too much time in “answer” mode, we become vulnerable, especially to those who consider every interaction with us a good opportunity to develop their interests.

Generosity is a personal virtue and a great resource within organizations. Knowing how to share one’s time and knowledge is certainly positive, but trying to do everything for everyone can be dysfunctional.

The good news is that we have the option of being more selective in the way we help others. We can choose, for example, to offer them what we really do well, that we enjoy and we are specialized in. In this way, we provide others with productive and specific help, without feeling obliged to respond indefinitely to all the requests we receive.

Qualifying us as experts in our field, rather than as all-rounders or handymen, allows us to set boundaries, to decide when to act with our valuable contribution, safeguarding our time and our energy reserves.

Paradoxically, thinking first of ourselves and being selfish is the preliminary step to help others with passion, to sustain our generosity over time and create added value for us and for the people around us.

What then are our unique capabilities, our expertise that we want to make available to others in order to make a real difference?

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When do you live?

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Guidare la propria auto in autostrada ad alta velocità e con lo sguardo fisso sullo specchietto retrovisore è poco raccomandabile. Benché le sagome delle automobili che ci precedono siano percepibili dal nostro occhio, focalizzare lo sguardo all’indietro non consente di riconoscere velocità e deviazioni che potrebbero mettere a rischio la nostra incolumità e quella di chi viaggia con noi.

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Allo stesso modo, vivere il presente rimanendo ancorati con il pensiero al passato impedisce di concentrarci su ciò che accade oggi e ci espone al rischio di non vivere in modo pieno e consapevole. Quando scegliamo di stare nel passato, tutte le nostre esperienze quotidiane e le emozioni che ne derivano, le nostre azioni cosi come le relazioni che instauriamo con le persone accanto a noi, vengono vissute come se fossero sfocate. In simili circostanze, il presente diventa una dimensione appannata, dalle sagome indefinite e sfuggenti quasi come quelle delle auto che scorrono davanti a noi in autostrada quando il nostro occhio è focalizzato sullo specchietto retrovisore.

Capita a tutti di ripensare e rivivere momenti del passato, ma trascorrervi troppo tempo sarebbe come guardare un film premendo continuamente il tasto rewind e soffermarsi solo su certe scene. In definitiva, ci priverebbe dell’emozione di seguire lo svolgersi della trama, con tanto di sorprese e colpi di scena.

Questo non vuol dire che dobbiamo trascurare ciò che è successo ieri. Al contrario, soprattutto quando abbiamo situazioni in sospeso con il nostro passato può essere utile osservare lo specchietto retrovisore per parcheggiare l’auto, fare una sosta, identificare in modo chiaro la nostra meta e rimetterci in moto nella direzione desiderata con lo sguardo attento sulla strada di fronte a noi.

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Driving our car on a high-speed highway and with eyes fixed on the rear-view mirror is not recommended. Although the shapes of the cars that precede us are perceptible from our eyes, focusing the gaze backward does not allow us to recognize the speed and deviation that could endanger our safety and the one of those who travels with us.

Likewise, living the present while remaining anchored with the thought of the past prevents us from concentrating on what is happening today and exposes to the risk of not living fully and consciously. When we choose to stay in the past, all our daily experiences and emotions, our actions as well as the relationships that we establish with the people next to us, are experienced as if they were blurred. In such circumstances, the present becomes a dimmed dimension, from the undefined and elusive shapes almost like those of the cars that flow in front of us on the freeway when our eye is focused on the rearview mirror.

It happens to everyone to rethink and relive moments of the past, but spending too much time on it would be like watching a movie by continuously pressing the rewind key and dwelling only on certain scenes. Ultimately, it would deprive us of the emotion of following the unfolding of the plot, with lots of surprises and twists.

This does not mean that we must overlook what happened yesterday. On the contrary, especially when we have outstanding situations with our past, it can be useful to look at the rearview mirror to park the car, stop for few moments, clearly identify our destination and get back in motion towards the desired direction with a careful look on the road in front of us.

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Seven billion Perfection

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Ho passato i primi dieci anni di carriera inseguendo la perfezione basata su stereotipi studiati all’Università o su valori personali non ancora maturi, e la seconda decade ad inseguire la perfezione lavorativa delineata dai principi diffusi dall’azienda di turno.

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Mi è capitato di essere stata valutata troppo proattiva, altre volte troppo poco. Mi hanno detto di essere empatica ed altre volte distaccata. In alcuni casi ero orientata agli obiettivi, in altri invece no.

Certamente la mia natura di perfezionista non mi ha aiutato, ed entusiasmo e sconforto si sono alternati negli anni.

Oggi, finalmente, ho realizzato che siamo più di sette miliardi di abitanti su questo pianeta e la perfezione in quanto tale non esiste perché basata su innumerevoli concetti di perfezione differenti.  Impossibile soddisfarli tutti.

E così, come d’incanto, la ricerca della perfezione si è trasformata nella ricerca di guida e di riscontro da parte di coloro che più stimo, professionalmente e non solo. Accetto quindi di essere in corsa verso un livello di perfezione sempre crescente, sebbene strettamente soggettivo.

Nelle persone che considero i miei modelli, cerco canoni di comportamento ottimali anziché parametri di perfezione. Il costante confronto con queste persone mi aiuta a definire un perimetro di valori e di azioni entro cui misurarmi, di volta in volta. Mi prendo lo spazio, senza che questo sia maggioritario, anche per considerare i pareri di altri che, sebbene seguano valori diversi dai miei, riescono ad essere efficaci in ambito lavorativo e nella vita.

Accade quindi che invece di muovermi in un campo in cui l’idea di perfezione viene definita in sette miliardi di modi diversi, alleno i miei comportamenti in un campo più ristretto, con la consapevolezza di potermi esprimere e di interagire nel mondo accettando soglie di successo diverse.

Ho compreso che la perfezione non esiste e che perseguire modelli di comportamento per me ideali e coerenti è la chiave che mi consente di giocare su più fronti, uscendone interiormente rafforzata.

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I spent the first ten years of my career pursuing the perfection based on stereotypes studied at the University or on personal values ​​not yet mature, and the second decade to pursue the perfection of work outlined by the principles disseminated by companies employing me.

It happened to me that I was evaluated as too proactive, sometimes as too little. They told me I was empathic and sometimes detached. In some cases I was goal-oriented, but not in others.

Certainly my nature as a perfectionist has not helped me, and enthusiasm and discomfort have alternated over the years.

Today, at last, I have realized that we are more than seven billion inhabitants on this planet and perfection as such does not exist precisely because it is based on innumerable concepts of different perfection. We could not match all of these.

And so, as if by magic, the search for perfection has turned into the search for guidance and feedback from those who are most esteemed, professionally and not only. I therefore agree to be running towards a level of ever-increasing, though strictly subjective, perfection.

In the people I consider my models, I look for optimal behavioral rules instead of parameters of perfection. The constant comparison with these people helps me to define a perimeter of values ​​and actions within which measuring myself, from time to time. I take the space, without this being a majority, even to consider the opinions of others who, although they follow different values ​​than mine, manage to be effective in the workplace and in life.

So it happens that instead of moving in a field where the idea of ​​perfection is defined in seven billion different ways, I train my behavior in a narrower field, with the awareness of being able to express myself and interact in the world accepting thresholds of different successes.

I understood that perfection does not exist and that to pursue models of behavior that are ideal and coherent for me is the key that allows me to play on several fronts, always inwardly reinforced.

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No man’s land

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La domenica mattina era resa speciale da Rino Tommasi che, in televisione, commentava la partita di tennis più bella della settimana. La mia passione per il tennis era agli inizi, ma lui riusciva ad intrattenermi con i suoi commenti sugli scambi più avvincenti.

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Ad anni di distanza mi è rimasto un concetto chiaro, un’idea che ricordo bene ogni volta che riprovo a giocare a tennis, cosi come ogni volta che si parla di competitor e di strategie di mercato: mai fermarsi nella terra di nessuno.

Rino Tommasi definiva “la terra di nessuno” quello spazio di campo prossimo alla linea del servizio. Le traiettorie delle racchettate divenivano imprendibili quando il giocatore vi faceva rimbalzare la pallina, mettendo in seria difficoltà l’avversario che si trovava in quella zona. Il tennista che si fermava o che veniva colto in quell’area non si trovava né a rete né a fondo campo, e la sua strategia di gioco diveniva incerta. Se nel tennis chi predilige un gioco “a rete” è colui che attacca e chi preferisce un gioco “a fondo campo” è colui che difende, chi rimane nella “terra di nessuno” ha una strategia di gioco indefinita che può risultare fragile.

Analogamente, una qualsiasi organizzazione osteggiata da un competitor può scegliere di rispondere, attaccando a sua volta, oppure può privilegiare azioni più conservative difendendosi. Non è detto che le azioni portino al successo, come non è detto che chi attacca o chi si difende nel tennis farà punto. Ciò che è certo è che vi sarà almeno l’opportunità di giocare per il punto.

Un competitor che passa all’azione produce sempre, in un qualche modo, un cambiamento nelle dimensioni e nelle dinamiche del mercato. Come conseguenza l’organizzazione può ritrovarsi in una zona fragile di mercato, in una nuova area del campo in cui la strategia di gioco usata fino a quel momento rischia di non funzionare più. La scelta di restare immobile non porterà alcuna possibilità di realizzare un punto, rendendo l’organizzazione potenzialmente più insicura, in altri termini posizionandola nella “terra di nessuno”.

Difesa o attacco, non solo nella strategia di impresa. Quale scelta siamo disposti a compiere di fronte ai casi che la vita ci riserva nel nostro quotidiano?

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My Sunday morning was made special by Rino Tommasi who, on television, commented on the most beautiful tennis match of the week. My passion for tennis was at the beginning, but he managed to entertain me with his comments on the most exciting exchanges.

Years later I had a clear concept that I remember well every time I try to play tennis, like every time it happens to talk about competitors and market strategies: never stay in no man’s land.

Rino Tommasi called “the no man’s land” that field space close to the service line. The trajectory of the balls became impregnable when the player made the ball bounce thereabout, putting in serious difficulty the opponent who was in that area. The tennis player who stopped or was caught in that area could not be found at the net or at the end of the court, and its game strategy became uncertain. If the tennis player who prefers to play“at the net” is the one who attacks, and the player who prefers a game “at the bottom of the court” is the one who defends, instead those remaining in “no man’s land” have an indefinite strategy of play that can be fragile.

Similarly, an organization opposed by a competitor may choose to respond, attacking in turn, or may favor more conservative actions by defending itself. It is not certain that actions will lead to success, nor that those who attack or those who defend themselves in tennis will certainly score the point. What is certain is that there will at least be an opportunity to play to the point.

A competitor who passes to action always produces, in some way, a change in the dimensions and dynamics of the market. As a consequence, the organization can find itself in a fragile market area, in a new area of the field in which the gaming strategy used up to that moment runs the risk of not working anymore. The choice to remain immobile will not bring any possibility of realizing a point, making the organization potentially more insecure, in other words, would place it in the “no man’s land”.

Defense or attack, not only in the business strategy. What choice are we willing to do to face the cases that life reserves in our daily life?

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Eggs or potatoes?

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C’era una volta un bambino. Appena venuto al mondo, la madre decide di darlo in adozione ma all’ultimo momento la famiglia designata preferisce adottare al suo posto una bambina. Viene preso in adozione quindi da un’altra coppia, meccanico lui, contabile lei.

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Durante la sua giovinezza dimostra difficoltà nel socializzare con i ragazzi della sua età e talvolta viene sospeso da scuola per problemi di comportamento. Si iscrive all’Università ma abbandona gli studi prima della fine del primo anno. Nel 1974 trova un impiego e nel 1978 ha una figlia che rifiuta di riconoscere. Viene licenziato nel 1985. Negli anni ha fatto uso di varie sostanze stupefacenti e nel 2003 scopre di essere affetto da una rara forma di tumore maligno.

Suo padre adottivo lo ha sempre reputato estremamente dotato. Nel 1986, anno in cui acquistò una società di produzione cinematografica, riconosce la figlia avuta nel 1978. Fra il 1991 ed il 1998 diventa padre per tre volte. Nel 1997 diventa CEO della società dalla quale era stato licenziato. Nel 2007 lancia un nuovo prodotto che, solo nei primi 200 giorni di vendita, conquista il 19% del mercato mondiale. Nel 2010 lancia un altro prodotto che rivoluzionerà la gestione e la visualizzazione di contenuti fino a quel momento cartacei.

“La stessa acqua bollente che ammorbidisce una patata, indurisce un uovo. E’ questione di che pasta sei fatto, non delle circostanze”.

Di fronte alle stesse avversità possiamo rispondere in modi diversi, possiamo indurirci o ammorbidirci, possiamo anche generare qualcosa di nuovo e di sorprendente.

Tutti possiamo incontrare momenti di difficoltà nella nostra vita. Cosa vogliamo fare allora? Molliamo o reagiamo guardando avanti? Come possiamo utilizzare gli insegnamenti del nostro passato e i nostri errori per diventare persone migliori?

Il 24 febbraio 1955 a San Francisco nasceva Steve Jobs: i prodotti lanciati da Apple sotto la sua gestione, sono conosciuti in tutto il mondo. L’innovazione cinematografica della Pixar Animations da lui gestita ha contribuito a rendere straordinari gran parte dei film di animazione che vediamo oggi.

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There was once a boy. As soon as he came to the world, his mother decides to give him to adoption but at the last moment, the designated family prefers to adopt another baby in his place. He is adopted by another couple, the father is a mechanic, the mother is an accountant.

During his youth, he finds difficulty in socializing with kids of his age and sometimes he is suspended from school for behavioral problems. He enrolls at the College but leaves his studies before the end of the first year. In 1974 he was employed and in 1978 he had a daughter but he refused to recognize her. He was fired in 1985. Over the years he has made use of various drugs and in 2003 he discovered he was suffering from a rare form of malignant tumor.

His adoptive father has always felt he was extremely gifted. In 1986, when he acquired a movie production company, he recognized his first daughter. Between 1991 and 1998 he became father three more times. In 1997 he became CEO of the company from which he was fired. In 2007 he launched a new product that, in the first 200 days of sales, conquered 19% of the world market. In 2010, he launches another product that will revolutionize the management and display of paper content up to that point.

“The same boiling water that softens a potato, hardens an egg. It’s not about the circumstances you are living but rather what matters is what you’re made of “.

Facing adversity we can respond in different ways, we can harden or soften, or we can create something new and surprising. We can all encounter difficult moments in our lives. What do we want to do then? Do we give up or react looking ahead? How can we use learnings from our past and our mistakes to become better people?

On February 24, 1955, in San Francisco, Steve Jobs was born. Products launched by Apple during his mandate are known around the world. Pixar Animations’ innovation contributes to the fascination of the most popular animated movies we watch today.

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The Choice

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L’altro giorno, in metropolitana, non ho potuto fare a meno di ascoltare stralci di un’inaspettata conversazione tra due giovani donne sedute accanto e a me. Non appena scesa, ripensando alle loro parole ed in particolare alla situazione raccontata da una delle due, mi sono detta: “In fin dei conti, deve solo convincere se stessa”.

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La più giovane si lamentava di una valutazione negativa ricevuta in ufficio. Sembrava molto risentita e non si sentiva affatto riconosciuta negli sforzi che faceva sul lavoro per essere sempre puntuale e precisa, a differenza di altri suoi colleghi.

Senza entrare nel merito della valutazione, il sentimento di delusione e di rabbia espresso da questa donna l’accomuna a molte altre persone che ricevono valutazioni simili in ufficio (e non solo). Accettare giudizi positivi sul proprio rendimento professionale è facile e ci entusiasma, ricevere critiche o spunti di miglioramento da parte degli altri, lo è molto meno. Spesso non siamo preparati e ci troviamo a rimuginare su ciò che ci è stato detto perdendo di vista i fatti.

Può succedere di focalizzarci solo su ciò che non va bene, tralasciando la semplicità delle scelte che portano alla soluzione. Prendiamoci invece il tempo di pensare in maniera calma ed imparziale alle critiche ricevute e stabiliamo degli obiettivi di miglioramento personali, concreti e raggiungibili.

E’ vero che ci sono molti aspetti della nostra vita che non possiamo controllare ma, d’altra parte, siamo noi i responsabili delle nostre azioni. Più agiamo per migliorare noi stessi, più aumenta ciò che dipende da noi.

Partiamo quindi da noi stessi. In situazioni come queste, è un lusso il non dover convincere nessun altro oltre a noi stessi, compito assai più facile che dover invece convincere al cambiamento altri attorno noi.

Sorrido, sorprendendomi a pensare al calcio, e più precisamente a quanto detto da Mr. Mihajlovic in una recente conferenza stampa che, considerato il mio scarso interesse per questo sport non avrei visto se non per la passione granata di mio marito: “L’atteggiamento che abbiamo avuto non dipende dall’avversario, come non dipende dall’avversario se il Toro gioca da squadra, e non dipende dall’avversario se il Toro lotta su ogni pallone, e non dipende dall’avversario se si sacrificano tutti, e non dipende dall’avversario se la squadra rimane concentrata per tutta la partita, così come non dipende dall’avversario se la squadra gioca sempre per vincere senza accontentarsi”.

Indipendentemente dagli altri e dal risultato finale, convincere noi stessi significa scegliere di spostare l’attenzione dal problema alle soluzioni. La soluzione spesso è nella nostra libertà di scelta. Alleniamoci per realizzarla.

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English version

Recently, in the subway, I could not help but hear a part of a conversation between two young women sitting next to me. As soon as I got down, thinking back to their words, and in particular to the situation told by one of them, I said to myself: “In the end, she just has to convince herself.”

The youngest was complaining to the friend of a negative evaluation received in the office. She seemed very disheartened and did not feel at all acknowledged for her efforts at work to be timely and precise, unlike other colleagues of her.

Without going into the merit of the evaluation received, the feeling of disappointment and anger expressed by this woman accompanies many other people who receive similar assessments in the office (and not only). Accepting positive evaluations of our professional performance is easy and exciting while receiving criticisms or ideas of improvement from others, it is not that easy. Often we are not prepared and we are overwhelmed with what we have been told by losing sight of the facts. It may happen that we focus only on what is not good, leaving out the simplicity of the choices that lead to the solution.

Let us, however, take the time to think calmly and impartially to the criticisms received and to establish personal, concrete and achievable improvement goals.

It is true that there are many aspects of our lives that we can not control but, on the other hand, we are the ones responsible for our actions. The more we work to improve ourselves, the more depends on us.

Let’s start by ourselves. In situations like these, it is a luxury not to have to convince anyone other than ourselves, which is much easier task than convincing others around us to change.

Surprisingly I thought about football, and more precisely about what Mr Mihajlovic said in a recent press conference that, considering my lack of interest in this sport, I would not have seen except for my husband’s passion for Torino FC: “The attitude that we have had does not depend on the opponent, it does not depend on the opponent if we play as a team, and it does not depend on the opponent if we chase every ball and it does not depend on the opponent if we sacrifice for the team, and it does not depend on the opponent if the team remains focused throughout the game, as it does not depend on the opponent if the team always plays to win without being satisfied”.

Regardless of the others and the final result, convincing ourselves means choosing to shift attention from the problem to the solutions. The solution is often in our freedom of choice. Let’s train us to realize it.

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Play your Inner Game (Gioca la tua partita interiore)

English version follows

Impariamo a superare i nostri limiti, solo così possiamo fare progressi verso i nostri obiettivi.

Ogni volta che siamo orientati a raggiungere i nostri obiettivi, sportivi o professionali, ci muoviamo all’interno delle due aree di gioco della mente e della realtà. E ogni volta dobbiamo gestire la nostra partita interiore.

Video: The legend of Usain Bolt, Official interview – The fastest man on the planet

La capacità di rimanere focalizzati e di indirizzare le proprie energie è alla base di ogni performance eccellente perché non lascia spazio ad emozioni e pensieri negativi, come la paura di non farcela o di essere giudicati.

La prestazione (il risultato esterno) è uguale alle potenzialità meno le interferenze interne”, spiega Tim Gallwey.

Come rimanere concentrati eliminando le interferenze interne, i dubbi, le scadenze da rispettare, il team da gestire?

Alcuni spunti per superare i limiti che noi stessi ci poniamo e per fare quel passo in più che ci consente di migliorare la nostra prestazione:

  • rimaniamo positivi con l’atteggiamento di chi pensa di “potercela fare” e interrompiamo giudizi negativi nei confronti di noi stessi;
  • concentriamoci sul momento presente senza pretese di risolvere, nello stesso momento, tutti i problemi della nostra vita;
  • costruiamo la nostra routine prima di affrontare il nostro compito, come gli atleti costruiscono la loro routine prima di iniziare una performance sportiva;
  • quando siamo stanchi, prendiamoci un minuto di tempo per staccare la spina e riprendere il lavoro con la giusta lucidità mentale.

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English version below:

Play your Inner Game

Learning to overcome our limits will make us progress towards our goals.

Whenever we are geared towards our goals, in sport or at work, we move within the two areas of mind and reality. Each time we have to manage our Inner Game.

The ability to stay focused and direct our energies is at the base of every excellent performance because it closes the road to negative emotions and thoughts such as fear of not making it or being judged.

Performance equals potential minus interference,” Tim Gallwey explains.

How to stay focused by eliminating internal interference, doubts, deadlines to be met, team to handle?

Some tips to overcome the limits we set ourselves and to make that extra step that allows us to improve our performance:

  • remain positive with the attitude of those who think ” I can do it” and stop negative judgments about ourselves;
  • concentrate on the moment and leave problems aside: we won’t be able to  solve all problems of our lives exaclty in that moment;
  • build our routine before tackling our task, like athletes build their own routine and repeat it before starting their performance;
  • when we are tired, take a minute to clear the plug and resume work with the right mental clarity.

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