​Leadership? Not a one-man show

English version follows

Competenza, rispetto e credibilità. Pietro Carena, Assurance Partner in EY, una delle più grandi società di revisione e di servizi professionali al mondo, si racconta. Parla di coerenza, umiltà e nuove sfide per il futuro, e spiega perché lavorare in una delle big four è un passo irrinunciabile per imparare a superare sé stessi e i propri limiti.

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Di seguito l’abstract del colloquio:

Dimmi qualcosa che ti stimola nel tuo essere leader
L’esperienza di veder crescere le persone e lavorare per lasciare la mia società meglio di come l’ho trovata.

E qualcosa che ti pesa?
L’esercizio dell’equità ovvero il lavorare al servizio dei miei soci ponendo sempre la massima attenzione e correttezza nei confronti di tutti, soprattutto nelle valutazioni delle persone. L’equità è una grande virtù ma l’esercizio della stessa non è facile.

Quando ti sei reso conto di essere stato accettato come leader?
Quando un socio mi ha chiesto di entrare a far parte del Partner Supervisory Board. Ero diventato da poco partner, ma in quel momento ho capito che gli altri si fidavano di me e che io avevo qualcosa da mettere a disposizione.

Come gestisci il dualismo del tuo ruolo di revisore e di business partner?
Dico sempre che un buon socio deve essere come un “buon Negroni”. Se le dosi di un Negroni sono: 1/3 di gin, 1/3 di martini e 1/3 di campari, allora un buon socio è composto da 1/3 di professionista, 1/3 di manager e 1/3 di imprenditore.

C’è qualcosa che non vorresti mai più rivivere nel tuo ruolo di leader?
Una cosa che non faccio volentieri è comunicare messaggi negativi alle persone, anche se è inevitabile perché la modalità di rinnovamento dei modelli è più veloce della crescita delle persone. Oggi bisogna sempre mettersi in gioco, e questo vale anche per me.

Come vuoi essere ricordato dal tuo team?
Come colui che ha detto e fatto: “Armiamoci e partiamo!” piuttosto che “Armatevi e partite!”. Credo molto nel Leading by example.

Da come ci si rivolge ai propri collaboratori deriva la capacità di realizzare gli obiettivi e costruire uno spirito positivo e vincente. Come definiresti il tuo stile di comunicazione?
Attento, sincero e personalizzato. Mi piace anche usare l’ironia, alleggerire la conversazione con una battuta ben contestualizzata può essere molto utile. Evito di offendere e sono attento nel dire le cose giuste nel modo in cui gli altri vogliono sentirle e quindi capirle.

“Senza sopravvalutare un poco sé stessi” – diceva Goethe – non si riesce a realizzare alcun progetto significativo e di successo”. Eppure c’è chi crede che per essere un buon leader occorra imparare ad essere umili. Secondo te è possibile abbinare la parola umiltà a quella di leadership?
Bisogna credere in ciò che si fa, che non vuol dire sopravvalutarsi ma avere obiettivi e valori con i quali misurarsi. Umiltà per me significa essere capaci di farsi aiutare e di condividere i risultati, soprattutto in un lavoro di team. Non credo nella formula “Divide et impera”, la competizione non si fa all’interno, si fa con il mercato.

Professione revisore. Il tuo consiglio ad un giovane neolaureato?
Consiglio di farlo, e di farlo in una delle big four. E’ uno dei modi migliori per entrare nel mondo del lavoro, non vi è luogo dove si possa imparare così velocemente come in una società di revisione. Il motore viene tirato al massimo ma è una straordinaria opportunità per imparare a superare i propri limiti.

Come è cambiata la tua professione negli ultimi 10 anni e come evolverà?
E’ cambiata perché gli stakeholders ne hanno chiesto il cambiamento. Ci sono due fattori che entrano in gioco: le attese del mercato e lo sviluppo della tecnologia che, solo nell’ultimo decennio, ha fatto passi da gigante. Bisogna esercitare un uso coerente degli strumenti digitali ma, nel contempo, mantenere obiettivi e valori chiari.

Che cosa desideri per il tuo futuro di leader?
Fare un passo indietro per consentire ad altri di fare un passo avanti. Favorire, grazie alle mie competenze, chi deve crescere. Essere leader non vuol dire per forza continuare a giocare di punta. Un esercizio di buona leadership per me è anche spogliarla di ogni contenuto di posizione.

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English version below

Leadership? Not a one-man show. Interview with Pietro Carena, EY Assurance Partner

Competence, respect and credibility. Pietro Carena, Assurance Partner in EY, one of the largest audit and professional services companies in the world, speaks of himself. He talks about consistency, humbleness, and new challenges for the future: he also explains why working in one of the big four is a “not to be missed” step to learn and overcome own limits.
Below the abstract of the interview:

Tell me something that stimulates you in your leadership
Working with the aim to leave my company in a better shape than I found it and also seeing people growing.

What do you assess crucial for a leader?
Equity is a great virtue but exercising it is not easy. Exercising equity for me means working at the service of other colleagues, always paying the highest attention and fairness to everyone, especially in people’s assessments.

When did you realize you were accepted as a leader?
When a member asked me to join the Supervisory Board Partner. I had just become a partner, but at that moment I realized that others trusted me and that I had something to give to others.

How do you handle the duality of your role as auditor and as a business partner?
I always say that a good partner must be like a “good Negroni”. If Negroni’s doses are: 1/3 of gin, 1/3 of Martini and 1/3 of Campari, then a good partner is for 1/3 a professional, 1/3 a manager and 1/3 an entrepreneur.

Is there something you would never want to go through again in your leadership role?
One thing I do not like is to communicate negative messages to people even though it is inevitable because, in our business, the model renewal is faster than people’s growth. Today you have always to put yourself in discussion, and this is also true for me.

How would you like to be reminded by your team?
I believe in leading by example. I wish to be remembered like the one who said and did: “Let’s do it together!” Rather than: “You do it!”

The ability to achieve goals and build a positive and winning spirit depends on how a leader addresses colleagues. How would you define your communication style?
Careful, sincere and personalized. I also like to use irony. Lightening the conversation with a well contextual joke can be very useful. I avoid offending and I’m careful to say the right things in the way others want to hear them and thus understand them.

“Without overestimating yourself, you can not make any meaningful and successful projects” – Goethe said. Yet there are those who believe that being a good leader means being humble. Do you think humbleness and leadership can live together?
A leader believes in what has to be done, which does not mean to overestimate oneself, but to have goals and values to measure. Humbleness for me means being able to help and share the results, especially in teamwork. I do not believe in the formula “Divide et impera”, competition does not produce positive effects in team dynamics, competition is to be dealt with in the market.

Starting audit profession: which is your advice to a young graduate?
I would advise to do it, especially in one of the big four. It’s one of the best ways to get into the job world. There is no place where you can learn so quickly as in accounting firms. Your engine is pushed to the maximum and it is an extraordinary opportunity to learn to overcome one’s limits.

How did your profession change over the past 10 years and how will it evolve?
It has changed because stakeholders have asked for the change. There are two factors that come into play: market expectations and the development of technology. Technology has taken a giant step just in the last decade. It’s necessary to use digital tools and at the same time maintaining clear goals and values.

What do you want for your future as a leader?
Take a step back to allow others to step forward. Support colleagues’ growth thanks to my skills. Being a leader does not mean to play a one-man show. A good leader does not need the title of his business card.

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Versione integrale dell’intervista 

Dimmi qualcosa che ti stimola nel tuo essere leader
Provare l’esperienza di veder crescere le persone e lavorare per lasciare la mia società meglio di come l’ho trovata. Sono cresciuto in questa società all’interno della quale ho avuto diverse opportunità e vorrei offrire agli altri le stesse opportunità.

E qualcosa che ti pesa?
Lavorare al servizio dei miei soci facendo molta attenzione ad essere corretto nei confronti di tutti. Questo vuol dire, per esempio, essere oggettivo nel fare rating e privilegiare un processo trasparente nel determinare i compensi. L’equità è una virtù ma l’esercizio della stessa, in un ambiente come il nostro in cui dobbiamo costantemente valutare le persone, non è facile da applicare. Bisogna essere il meno soggettivi possibile anche se, in un’ottica di partnership, non può venir meno il calore umano che serve quando si parla ad un collega. La valutazione delle persone è un compito che non posso delegare e devo essere credibile nel metterlo in pratica. La credibilità si guadagna “day by day”. Non è facile da guadagnare, è difficile da mantenere e la puoi perdere in un attimo.

Quando ti sei reso conto di essere stato accettato come leader?
Quando mi è stato chiesto di entrare a far parte del Partner Supervisory Board. In quel momento ho sperimentato una duplice sensazione: da un lato ho sentito la responsabilità nei confronti di chi si stava fidando di me tanto da delegarmi una parte di attività, dall’altro una grande soddisfazione. Ero diventato da poco partner, ma in quella circostanza ho capito che avevo qualcosa da mettere a disposizione.

Come gestisci il dualismo del tuo ruolo di revisore e di business partner?
Dico sempre che un buon socio deve essere come un “buon Negroni”. Un Negroni è composto da 1/3 di gin, 1/3 di martini e 1/3 di campari, un buon socio è composto da 1/3 di professionista, 1/3 di manager e 1/3 di imprenditore. Ho sempre avuto accanto a me persone in grado di darmi il meglio, con le quali ho instaurato un dialogo chiaro nello stabilire ruoli, compiti e responsabilità. Per questo sono sempre riuscito a svolgere entrambi i ruoli con grande soddisfazione e senza conflitti. Con il team abbiamo sempre portato a casa i risultati, magari non subito, talvolta con un po’ di pazienza e cercando di far convergere idee non immediatamente convergenti ma, alla fine, i risultati si sono visti.

C’è qualcosa che non vorresti mai più rivivere nel tuo ruolo di leader?
No, perché tra le mie fortune c’è quella di imparare a fare sempre meglio ciò che mi è costato parecchio sacrificio. La cosa più difficile è quando devo comunicare messaggi negativi alle persone. In una società up or out ci vuole molta leadership per spiegare nel modo giusto a qualcuno che se non è up allora è out. Questa fase va gestita con molta delicatezza, specialmente in un contesto lavorativo come il nostro, in cui la persona è centrale. La concorrenza è forte, la competizione è sempre più serrata. La generazione che ci ha preceduto ha vissuto in ambienti più salvaguardati dei nostri mentre oggi bisogna sempre mettersi in gioco, e questo vale anche per me.

Come vuoi essere ricordato dal tuo team?
Colui che dà l’esempio, è coerente e c’è quando serve. Credo molto nel Leading by example. E’ importante per me spendere tempo con le mie persone, avere la sensibilità di esserci, di capire ciò che l’altro ti sta chiedendo e ciò che è importante per lui. Se, ad esempio, i ragazzi del team con cui lavoro giocano la loro partita di calcio alla sera, io vado a vederli perché so che anche questo è parte integrante del mio lavoro. Per me è una questione di coerenza e di credibilità.

Da come ci si rivolge ai propri collaboratori deriva la capacità di realizzare gli obiettivi e costruire uno spirito positivo e vincente. Come definiresti il tuo stile di comunicazione?
Se lo definissi semplice e diretto direi una bugia. Dico invece attento, sincero e personalizzato in funzione del mio interlocutore. Uso spesso anche l’ironia nella comunicazione verbale perché può aiutare a trasferire un certo messaggio ricoprendolo allo stesso tempo di molta grazia. L’obiettivo principale per me è comunicare bene, fare una battuta può essere molto utile se questa viene usata con delicatezza, eleganza e senza essere mai volgari o pesanti. Evito di offendere le persone e sono attento a dire le cose nel modo in cui gli altri vogliono sentirle e possono capirle. Ho sempre cercato di evitare le comunicazioni aziendali pompose e quando si verifica qualche problema parlo direttamente alla persona coinvolta. Così si risparmiano tempo ed energie e si guadagna credibilità.

“Senza sopravvalutare un poco sé stessi” – diceva Goethe – non si riesce a realizzare alcun progetto significativo e di successo”. Eppure c’è chi crede che per essere un buon leader occorra imparare ad essere umili. Secondo te è possibile abbinare la parola umiltà a quella di leadership?
In certi stili di leadership sì. Essere umili significa conoscere i propri limiti e cercare di superarli, magari anche chiedendo aiuto ad altri. L‘umiltà è un fattore intelligente, vuol dire che io divido un risultato insieme a te perché, insieme, abbiamo realizzato un lavoro. Non credo nella formula Divide et impera, la competizione non si fa mai all’interno, la competizione si fa con il mercato. Internamente bisogna creare un team con ruoli chiari e definiti, con la capacità di giocare insieme e la determinazione di dare il meglio per raggiungere obiettivi condivisi. Se non c’è umiltà tutto questo non si può raggiungere.

Professione revisore. Il tuo consiglio ad un giovane neolaureato?
Senza alcun dubbio consiglio di entrare in una delle big four. Non vi è luogo dove si possa imparare così velocemente come in una società di revisione. E’ un ambiente che trasmette entusiasmo, voglia di fare e c’è molta meritocrazia. Si impara a vivere, ad affrontare i problemi, a confrontarsi con gli altri, a relazionarsi con i colleghi e con il cliente. Il motore è tirato sempre al massimo ma impari a non porti limiti. Questo non significa sopravvalutarsi e dire a sé stessi: “Quanto sono bravo” ma piuttosto: “Oggi ho superato un mio limite, domani ne avrò un altro da superare”.

Come è cambiata la tua professione negli ultimi 10 anni e come evolverà?
Una professione come la mia cambia perché il mercato e gli stakeholder ne chiedono il progressivo cambiamento. C’è un tema di responsabilità e di attese che il mercato pone nel lavoro di audit. Questo è un driver importante al quale si aggiunge l’altro driver, quello della tecnologia. La digitalizzazione dei processi è ineludibile e la crescita dell’individuo non va alla stessa velocità della crescita tecnologica. Troverai sempre qualcuno più bravo di te, anche nell’uso della tecnologia, quindi o ti adatti o esci dal mercato. Il rischio che vedo è di innamorarsi troppo dello strumento e di perdere di vista gli obiettivi. Bisogna esercitare un uso coerente degli strumenti digitali ma, nel contempo, mantenere obiettivi e valori chiari. Partendo dalla mia esperienza, dalla mia credibilità e dalla mia capacità di visione, il mio ruolo consiste nel capire l’impatto positivo che il digitale ci sta offrendo, agevolarlo e porre le mie persone nella condizione di lavorare per realizzare gli obiettivi prefissati.

Che cosa desideri per il tuo futuro di leader?
Fare un passo indietro per consentire ad altri di muovere un passo avanti. Favorire, grazie alle mie competenze, chi deve crescere. Essere leader non vuol dire necessariamente continuare a giocare di punta. Desidero poter aiutare le più giovani generazioni ad entrare a pieno regime nei meccanismi di questa società e nei meccanismi del mercato per aiutarle, a loro volta, a costruire qualcosa di nuovo in un contesto differente, molto più tecnologico, competitivo e sfidante di quello in cui ho lavorato io. Un esercizio di buona leadership per me consiste anche nello spogliarla di ogni contenuto di posizione. Sapersi mettere da parte non vuol dire uscire di scena. Non so ancora che ruolo andrò a giocare, il bello è proprio questo.

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2 Replies to “​Leadership? Not a one-man show”

  1. Intervista molto suggestiva ed interessante

    Per noi giovani laureati, i consigli concreti di chi vive giornalmente questa realtà sono di grande aiuto e ispirazione per le scelte future.

    Mi ha particolarmente incuriosito anche la parte riguardo l’evoluzione futura del settore, personalmente mi piacerebbe un ulteriore approfondimento sul tema (semplice curiosità personale).

    Ho notato che il “filo” che lega le interviste a leader di successo e i vari articoli, è la valorizzazione della persona, non trattandola come un semplice ingranaggio funzionale allo scopo, ma una risorsa importante da “curare” e valorizzare.

    Il titolo dell’intervista, “Leadership? Not a one-man show”, sembra essere la costante necessaria e imprescindibile per essere un buon leader (anche in contesti molto diversi tra loro)

  2. Grazie coach per questa testimonianza.
    Apprezzo molto i consigli offerti ai giovani, come ad esempio il concetto di non sopravvalutarsi, ma di essere ambiziosi nel continuo raggiungimento di obiettivi, sempre accompagnati da un atteggiamento umile.

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