Lasciare il segno, ma con il cuore

La leadership per Andrea Boaretto, founder di Personalive e docente di multichannel marketing presso MIP, la Business School del Politecnico di Milano.

fotoboaretto

Leadership, empatia e digitale. Ne ho parlato con Andrea in una giornata di fine giugno, di fronte ad una pizza e una tartare in un locale a pochi passi dal PoliHub Campus Bovisa a Milano, dove ha sede la sua new venture.
Ecco l’abstract dell’intervista:

Dimmi qualcosa che ti stimola nel tuo essere leader

Competenza, passione e futuro. Il riconoscimento sul campo è la base per guardare in avanti con la passione per ciò che faccio. Non per dimostrare ad altri ma per essere di ispirazione ad altri.

E qualcosa che ti pesa?

Essere “esposto” ed avere gli occhi puntati addosso, nel bene e nel male. Oggi gestisco le situazioni con meno impeto e con la consapevolezza di muovere un passo alla volta.

Quando ti sei reso conto di essere accettato come leader? 

Nel momento in cui ho cominciato ad infondere sicurezza agli altri e a combinare competenze differenti attorno a me. Questo vale ancora oggi. Quando ho lanciato la mia start up, l’anno scorso, ho cercato la “contaminazione” di altri professionisti, per creare valore aggiunto, colmare le mie lacune e dare origine a qualcosa di innovativo.

Come ispiri le tue persone?

L’approccio con i miei collaboratori suona più meno così: “Io ci sono, ti aiuto, ci provi, lo guardiamo insieme e poi prosegui con le tue gambe”.

Che profili cerchi nel tuo team?

Non solo competenze tecniche ma persone con la voglia di sporcarsi le mani e di mettersi in gioco. Pochi cavalli di razza con la giusta visione e la capacità di esprimere il guizzo di genio esattamente quando serve. Non cerco yes-men ma professionisti capaci di esprimere il loro punto di vista. Persone che credono nel “perché” del mio progetto, magari svolgendo anche l’ultimo dei ruoli.

Come vuoi essere ricordato dal tuo team?

“Get impact with passion”: un mix fra quanto ho imparato 10 anni fa e quello che ho maturato nel frattempo.

C’è qualcosa che non vorresti mai più rivivere nel tuo ruolo di leader?

Circostanze che rischiano di portarmi in una direzione diversa dalla mia visione sul futuro.

Che cosa desideri per il tuo futuro di leader?

Strutturare al meglio la mia squadra affinché io possa continuare a sviluppare competenza con entusiasmo e sguardo rivolto in avanti. Io dico sempre che se si è condannati a fare del nuovo, allora bisogna avere anche il tempo per farlo.

Empatia e digitale, una relazione possibile?

Se una persona è empatica lo capisci subito, anche digitalmente. Perfino da come risponde ad una richiesta su Linkedin o declina un invito.

In che modo il digitale può supportare l’affermazione della leadership?

Devi essere rilevante, produrre contenuti di valore.

Come usi il digitale nelle relazioni all’interno e all’esterno della tua organizzazione?

Lavoriamo sempre di più in contesti global, è normale essere multicanale. Non è tanto questione di digitale o di fisico, ciò che fa la differenza è essere smart nel veicolare le informazioni. Il nostro lavoro consiste nel concentrarci sull’uso intelligente della tecnologia per rendere disponibili le informazioni che servono al cliente e/o al collaboratore nell’esatto momento in cui ne ha bisogno. Sono nato come esperto dei canali digitali ma oggi la vera sfida è diventare sempre più esperto dei contenuti che possono essere trasferiti tramite quei canali. 

Segue versione integrale dell’intervista

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Dimmi qualcosa che ti stimola nel tuo essere leader

Competenza, passione e futuro. La competenza e il riconoscimento sul campo sono la solida base per guardare sempre in avanti con la passione per ciò che faccio. Non per dimostrare ad altri ma piuttosto per essere di ispirazione ad altri. Nella mia storia non ho sempre trovato la strada spianata. Le opportunità le ho cercate e costruite, anche grazie alle persone che ho avuto al mio fianco. Quando trovi degli spazi non sei simpatico a tutti. Là fuori c’è un sacco di gente che ti rema contro e non te ne rendi neanche conto. Ma il mondo è grande e gli spazi si creano per tutti.

E qualcosa che ti pesa?

Essere “esposto” ed avere gli occhi puntati addosso. Può capitare di fare una cosa in un certo modo e poi realizzare che viene percepita in maniera diversa. Questo è un tema che vivo più come punto di attenzione che come un peso. C’è anche il fatto che ho tante idee in testa e non sempre riesco a portarle a terra tutte. Non perché i miei collaboratori non mi seguano ma per mancanza di tempo materiale. A 25 anni questo mi pesava, oggi gestisco le situazioni con meno impeto e con la consapevolezza di muovere un passo alla volta.

Quando ti sei reso conto di essere accettato come leader?

Alle superiori, dal terzo anno in poi. Mi sono accorto che gli altri mi vedevano come un punto di riferimento su alcune cose come la matematica, per esempio. Non ero un campione ma potevo essere ascoltato perché il mio modo di agire con metodo infondeva sicurezza. Ho fatto l’allenatore di calcio a 5 nel gruppo dei miei amici anche se non ero un esperto. Non c’era una leadership di competenza in quel caso, ma un porsi nel modo giusto. Ho sempre cercato di “contaminarmi” con altre discipline e altri ambiti come quando ho portato un’insegnante di aerobica al calcetto per potenziare l’allenamento della squadra. E questo vale tuttora. Quando ho lanciato la mia start up, l’anno scorso, ho creato un format di evento che ha combinato la multidisciplinarietà in una situazione inattesa ed è stato un successo. La logica è stata: cerco la contaminazione di altri professionisti non per criticare l’altro o mostrare la mia bravura ma, al contrario, per colmare le mie lacune e creare un nuovo contenitore di valore e fuori dal comune. 

Come ispiri le tue persone?

Il vecchio detto era usare il bastone e la carota. Io uso così tanto il bastone che alcuni miei ex collaboratori mi chiamano ancora oggi per dirmi che sentono la mia mancanza (ride). Battute a parte, sono molto diretto, non uso giri di parole e chi lavora con me sa che l’asticella è alta. L’approccio con i miei collaboratori suona più meno così: “Io ci sono, ti aiuto, ci provi, lo guardiamo insieme e poi prosegui con le tue gambe”. Non posso fare la nave scuola per sempre.

Che profili cerchi nei tuoi collaboratori affinché il team sia bilanciato e raggiunga i risultati desiderati?

Non solo competenze tecniche. E’ raro che io abbia nel team dei 110 e lode. Cerco piuttosto persone di valore con la voglia di sporcarsi le mani e di mettersi in gioco. Mi piace poter contare su alcuni “cavalli di razza” con la giusta visione e la capacità di esprimere il guizzo di genio esattamente quando serve. Non yes-men ma professionisti capaci di esprimere il loro punto di vista, che può essere opposto al mio. Cerco persone che lavorano con me perché credono nel “perché” del progetto, magari svolgendo anche l’ultimo dei ruoli. Non mi serve un’adesione fideistica e non mi piace il culto del capo. Per me la leadership è esattamente l’opposto. Si va in crisi quando non c’è condivisione di valori ma soprattutto quando questi non sono riscontrabili nell’execution. Puoi anche raccontare che sei l’azienda più etica in assoluto ma se poi tratti male i dipendenti il sistema non funziona. Nella mia esperienza, con i miei collaboratori, conta molto quello che dico ma soprattutto quello che faccio.

Come vuoi essere ricordato dal tuo team?

Come il rompipalle che però, quando non c’è, manca! – (Andrea ride ma torna subito serio) – Userei un claim che ho imparato 10 anni fa quando ero in Borsa: “Get impact” al quale poi negli anni ho aggiunto “with passion”. Vorrei essere ricordato come colui che continua a lasciare il segno, con la passione e la voglia di fare. Come colui che c’è nei momenti giusti. Nel tempo ho imparato ad applicare al business il concetto dell’economia del dono. Nel momento in cui io dò, sono in credito. Prima o poi qualcosa mi torna. Se io sviluppo asset relazionali attiro le persone perché trovano valore e contenuto. Un concetto antitetico ai modelli attuali di marketing.

C’è qualcosa che non vorresti mai più rivivere nel tuo ruolo di leader?

Quando ho avuto uno scontro di visioni con alcuni colleghi e partner di progetti in corso. Un’esperienza che però ho imparato a vedere in una logica di opportunità ed oggi ne sono ben contento. In quel momento mi sono detto: “Vedo il futuro che va in una direzione diversa e io voglio farne parte”.

Che cosa desideri per il tuo futuro di leader?

Strutturare al meglio la mia squadra e fare camminare la mia società il più possibile con le sue gambe, per non appiattirmi e continuare ad avere visione, competenza, passione e sguardo al futuro. Io dico sempre che se si è condannati a fare del nuovo, allora bisogna avere il tempo per farlo. Nel tempo libero il cervello va. Unisci i puntini, vedi altre persone, altri posti. Se nel mio mestiere non trovi il tempo libero per andare a fare la spesa al supermercato è un disastro.

Empatia e digitale, una relazione possibile?

Io ho iniziato a farmi conoscere grazie al digitale e molte persone addette ai lavori le ho conosciute prima online che offline. Se una persona è empatica lo capisci subito, anche digitalmente. Lo capisci dalle relazioni, dal modo in cui chiede un contatto, per esempio, da come risponde ad una richiesta o declina un invito.

In che modo gli strumenti digitali e le opportunità del web possono supportare l’affermazione della leadership?

Nel personal branding è molto utile, per esempio. Anche se il web in se stesso non serve a nulla. Devi essere rilevante, produrre contenuti di valore.

Una volta erano staff meeting e conferenze stampa. Oggi sedi, partner e clienti sono dislocati in tutto il mondo. Come usi il digitale nelle relazioni all’interno e all’esterno della tua organizzazione?

E’ normale che i miei collaboratori interagiscano con me anche via skype. Se ne sono fatti una ragione. Lavoriamo sempre di più in contesti global, è normale essere multicanale. Il discorso è non abusarne, ma questo non è un tema di tecnologia, mi riferisco piuttosto all’ansia diffusa di fare riunioni su riunioni. Non è tanto questione di digitale o di fisico, quindi, è l’essere smart nel veicolare le informazioni che fa la differenza. Il nostro lavoro consiste nel concentrarci sull’uso intelligente della tecnologia per rendere disponibili le informazioni che servono al cliente e/o al collaboratore nell’esatto momento in cui ne ha bisogno. Siamo nati come esperti dei canali digitali ma oggi la nostra vera sfida è diventare sempre più esperti dei contenuti che possono essere veicolati tramite quei canali.

 

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One Reply to “Lasciare il segno, ma con il cuore”

  1. Articolo ricco di informazioni e dettagli interessanti. Sono sempre rimasta affascinata dalla figura del leader che riesce a mantenere un contatto fresco e attivo con il suo team. Competenza e umanità sono caratteristiche che devono tenersi sempre a braccetto.

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