Are you attractive?

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Quando si dice i casi strani della vita. Non ho mai nutrito una grande passione per i cavalli, né un particolare interesse intorno al mondo ippico o equestre, eppure mi sono recentemente ritrovata ad osservarne piuttosto da vicino dinamiche e comportamenti.

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C’è qualcosa che accomuna gli esseri umani a questi animali così eleganti e fieri: il desiderio di stabilire dei sodalizi, di partecipare, di essere parte di qualcosa. Come racconta bene Monty Roberts in uno dei suoi bestsellers, anche se alla minima provocazione i cavalli fuggiranno da esseri umani estranei, essi seguiranno esseri umani interessanti che non rappresentano per loro una minaccia e ne diventeranno alleati.

Come i cavalli, anche le persone sono generalmente riluttanti di fronte a richieste di lealtà e impegno eccessivi ma si affollano invece intorno a punti focali nei quali sembra che stiano accadendo o siano prossime ad accadere cose straordinarie.

Di solito siamo pronti a seguire colui che conosce la direzione, soprattutto se il luogo verso cui è diretto sembra interessante per noi. Questo accade perché i buoni leader sono attrattori, esprimono energia attrattiva, sono al centro dello sciame.

Ma il buon leader può esercitare attrazione in questo senso solo quando è profondamente “allineato” esso stesso, quando è sicuro di chi è e conosce bene la sua vocazione, quando ha ben chiari i suoi valori e agisce in linea con essi.
In altre parole, comportandosi in maniera autentica e coerente, senza pretendere di essere ciò che non è.

Cosi come i cavalli vi seguiranno solamente se percepiscono che voi sappiate dove state andando (e quello sembra un buon luogo dove andare) allo stesso modo i leader di oggi necessitano di un alto grado di allineamento interiore prima di chiedere gli altri di seguirli.

“Non si comanda indicando alle persone un posto dove andare. Si comanda andandoci e offrendo l’esempio” – diceva Ken Kesey

La prima domanda allora è: qual è il tuo scopo? Qual è lo speciale contributo che tu dai al mondo, alla società, al tuo team, alla tua famiglia? Qual è la tua vocazione, ciò che ti spinge a fare ciò che fai?

Dal momento che la visione è avere un’idea chiara della propria meta, essere determinati significa comprendere il motivo per cui si vada proprio lì. Alle persone piace sentirsi parte di qualcosa di più grande. I grandi leader trasmettono quella sensazione.

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When we say the strange cases of life. I have never had a great passion for horses, nor a particular interest around the horse or equestrian world, yet I have recently found myself observing their dynamics and behavior quite closely.

There is something that human beings have in common with these elegant and proud animals: the desire to establish partnerships, to participate, to be part of something.

As Monty Roberts explains in one of his bestsellers, even if at the slightest provocation the horses will flee from strangers, they will follow interesting human beings who do not represent a threat to them and will become allies of them. Like horses, people are generally reluctant to requests for excessive loyalty and commitment but instead crowd around focal points in which it seems that extraordinary things are going to happen.

Usually, we are ready to follow the one who knows the direction to move, especially if that place seems interesting to us. This happens because good leaders are attractors, they express attractive energy, they are at the center of the swarm.

But the good leader can exercise attraction in this sense only when he is deeply “aligned” himself, when he is sure about himself and his vocation, when he has clear values and acts in line with them. In other words, when he behaves authentically and coherently, without pretending to be what he is not.

Just as the horses will follow you only if they perceive that you know where you are going (and that looks like a good place to go) in the same way today’s leaders need a high degree of inner alignment, before asking others to follow them.

“You don’t lead by pointing and telling people some place to go. You lead by going to that place and making a case”- said Ken Kesey

The question then is: what is your purpose? What is the special contribution you give to the world, to society, to your team, to your family? What is your calling, what drives you?

Since the vision is having a clear idea of your goal, to be determined means to understand the reason why you go there. People like to feel part of something bigger. Great leaders convey that feeling.

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Be the best version of yourself

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Se non fai parte dei pochi eletti che vanno in ferie a settembre, allora è probabile tu sia uno fra i 7 italiani su 10 (*) che sono già rientrati al lavoro da almeno un paio di settimane lasciandosi i ricordi estivi alle spalle e le foto delle vacanze in costume su Instagram.

Kitten with mirror on white backgroundSettembre è per antonomasia il mese del rientro. Si torna alla vita di sempre e alla routine, ma rientrare al lavoro dopo la pausa estiva vuol dire anche gettare le basi per un nuovo inizio, definire nuovi step, sperimentare e fissare nuovi obiettivi da raggiungere.
Come affrontare quindi al meglio questa ripartenza? Facendo in modo che ogni singolo giorno sia l’occasione per diventare la migliore versione di te stesso.
Di seguito trovi alcune opzioni:

1. Concentrati sulle tue specifiche qualità personali.
Sii orgoglioso di ciò che sei bravo a fare e non dare per scontato quello che le persone apprezzano di te: può essere la tua determinazione, la tua flessibilità, la tua precisione. Ognuno di noi possiede quella particolare qualità che lo rende speciale e riconoscibile, facciamone tesoro.

2. Non piangere sul latte versato.
A meno che tu non abbia appena rovesciato il tuo fantastico cocktail alla menta piperita sulla tua candida camicia, rimuginare sul passato e sugli errori commessi non serve a molto. Correggi i tuoi sbagli e guarda oltre.

3. Utilizza le tue “qualità autentiche” ma non prenderti troppo sul serio.
A volte una forte determinazione personale rischia di diventare aggressività agli occhi degli altri, la flessibilità se portata all’eccesso può trasformarsi in inconcludenza e persino la precisione, in alcune circostanze, può diventare ossessione. Qualcuno ha detto che un filo d’erba non cresce più in fretta se lo tiriamo, rischia anzi di spezzarsi. Non chiediamo troppo alle nostre qualità.

4. Tieni la mente aperta e fai cose nuove.
Qual è la tua prossima sfida? Prova a chiederti quale comportamento gli altri vorrebbero tu esprimessi di più. Scoprirai che è proprio la qualità in cui sei più debole e che ammiri  invece negli altri. Se ti senti dire che a volte risulti troppo decisionista, la tua prossima sfida potrebbe essere la pazienza, se al contrario la tua eccessiva flessibilità ti rende difficile portare a termine un impegno preso, potresti cominciare ad esercitare maggiore fermezza ed assertività. Pensa in che modo la tua vita migliorerebbe se da oggi accogliessi questa tua nuova sfida.

5. Non temere di osare.
Non lasciare che il comportamento che più detesti negli altri (e che odieresti in te stesso) ti impedisca di focalizzarti sulla tua sfida. Se hai deciso di sfidare la tua forte determinazione e risolutezza sviluppando una maggiore capacità di ascolto e di attenzione verso l’altro, non temere che la paura di diventare troppo remissivo o addirittura passivo ti impedisca di sviluppare la tua sfida.

E’ sempre una questione di scelte. Puoi vivere questa nuova stagione dell’anno per riabbracciare le tue abitudini oppure scegliere di abbracciare nuove opportunità per sviluppare la tua personale area di miglioramento e il tuo potenziale creativo.

Io sono dell’idea di non risparmiare il mio vestito migliore per domani.

La giornata di oggi è unica, non l’hai mai vissuta prima e non la rivivrai più nello stesso modo. Fanne buon uso 🙂 !

(*) Fonte: indagine Coldiretti

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If you are not part of the few who go on vacation in September, then you are probably one of the 7 Italians out of 10 (*) who have already returned to work for at least a couple of weeks leaving the summer memories behind and the best holiday photos on Instagram.

September is the month of re-entry. You return to usual life and to the routine, but coming back to work after the summer break also means setting the basis for a new beginning, defining new steps, experimenting, setting new goals to be achieved.
How to deal with this restart in the best way? Making every single day an opportunity to become the best version of yourself.
Below are some options:

1. Focus on your core qualities.
Be proud of what you are good at and do not take for granted what people appreciate about you: it could be your determination, your flexibility, your precision. We all have that particular quality that makes us special and recognizable, let’s treasure it.

2. Do not cry on spilled milk.
Unless you have just overturned your fantastic peppermint cocktail on your candid shirt, dwelling on the past is useless. Correct your mistake and look beyond.

3. Use your “authentic qualities” but do not take yourself too seriously.
Sometimes a strong personal determination risks becoming aggression in the eyes of others, flexibility, if carried to excess, can turn into inconclusiveness and even precision, in some circumstances, can become an obsession. Someone has said that grass does not grow faster if we pull it. Don’t stress your qualities!

4. Always look for the next challenge.
Ask yourself what behavior the others would like you to express more. You will discover that it is the quality in which you are weaker and that you admire in others. If you are said to be too much a decision-maker, your next challenge might be patience. If, on the contrary, your excessive flexibility makes it difficult for you to complete a commitment, you may begin to exercise more firmness and assertiveness. Think how your life would improve if you welcome this new challenge from today.

5. Do something that scares you.
Do not let the behavior that you most loathe in others (and that you would hate in yourself) prevent you from focusing on your challenge. If you have decided to challenge your strong determination and resoluteness by developing a greater ability to listen to others, do not let that the fear of becoming too submissive or even passive prevent you from developing your challenge.

It is always a question of choices. You can either experience this new season of the year to embrace your habits or you can embrace change to develop your personal area of improvement and your creative potential.

I don’t think I will save things for best.

Today is unique, you’ve never lived it before and will never live it again. Make good use of it!

(*) Source: Coldiretti survey

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Do you know how to unplug?

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Fai un respiro profondo e chiudi gli occhi. Immagina di essere comodamente adagiato su di un’amaca all’ombra di una fresca pineta vicina al mare, ti lasci oscillare lentamente, la brezza sulla tua pelle, la luce del sole estivo che filtra tra i rami sopra di te, le voci che provengono dalla spiaggia non troppo lontana.

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E mentre respiri l’aria odorosa di pini marittimi e le tue orecchie si riempiono del canto delle cicale, non devi meravigliarti di trovarti esattamente nello stato ideale per te. Un breve, inatteso ed esclusivo attimo di personale rilassamento.

Trovarsi in uno stato di vacanza, lontano dalla routine degli impegni quotidiani, puo’ manifestarsi anche in rari momenti come questi. Ci sei tu e un ideale equilibrio interiore.
Quando non si trova la propria tranquillita’ in se stessi e’ inutile cercarla altrove” – diceva Francois de la Rochefoucauld.

Ma dipendenti come siamo da mille pensieri e impegni lavorativi, siamo davvero capaci di staccare la spina? Di disconnetterci dalle mail di lavoro, dai messaggi su whatsup, da tutti i social a cui siamo cosi intimamente legati?

Difficile ma possibile. E anche in questo caso, come spesso accade con le cose che ci riguardano da vicino, la parola magica e’ consapevolezza. Sono in pochi ad essere consapevoli dell’importanza del tempo libero, importante almeno quanto il lavoro che tanto ci assorbe. Anche senza ambire a diventare dei maestri zen, nella propria vita è fondamentale avere dei momenti dedicati al riposo, al tempo libero, alle attività che ci divertono cosi come al non “far niente”.

Per cui al bando i sensi di colpa. Se trascorriamo un week end di ozio o una meritata vacanza sdraiati a rimirare l’orizzonte, non stiamo sprecando il nostro tempo. Stiamo semplicemente investendo nel nostro futuro. Una volta riposati e con la mente sgombra saremo pronti per esprimerci al meglio e ripartire con il pieno di energia.

Buona vacanza allora a chi già si trova a dondolare sulla propria amaca e a tutti coloro che si accingono a staccare la spina per un pò!

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Take a deep breath and close your eyes. Imagine being comfortably lying on a hammock in the shade of a fresh pinewood close to the sea, you let yourself swing slowly, the breeze on your skin, the summer sunlight that filters through the branches above you, the voices that come from the beach not too far. And while you breathe the smelling air of sea pines and your ears fill with the song of the cicadas, you should not be surprised to find yourself in exactly the ideal state for you. A short, unexpected and exclusive moment of personal relaxation.

Being in a state of vacation, far from the routine of daily commitments, may also express itself in rare moments like these. There are you and an ideal inner balance. “When one does not find his own tranquility in himself, it is useless to look for it elsewhere” – said Francois de la Rochefoucauld.

But dependent as we are on a thousand thoughts and work commitments, are we really able to switch off? To disconnect from work emails, whatsup messages, from all the social networks we are so intimately connected to?

Difficult but possible. And even in this case, as often happens with things that concern us closely, the magic word is awareness. Few people are aware of the importance of free time, which is important at least as much as the work that absorbs us so much. Even without aspiring to become a Zen master, in our life it is essential to have moments dedicated to rest, leisure time, activities that we like as well as “doing nothing”.

So don’t feel guilty. If we spend a weekend of idleness or a well-deserved vacation lying down to gaze at the horizon, we are not wasting our time. We are simply investing in our future. Once rested and with a clear mind, we will be ready to express ourselves at our best and start again with full energy.

Good vacation then to those who are already swaying on their hammock and to all those who are about to unplug for a while!

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Team comes first

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Quando Gianfranco Maggiò, trentenne Presidente della Juvecaserta Basket, nel 1990 decise di vendere Oscar per rifondare la squadra, i quotidiani e la critica sportiva non erano dalla sua.

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Juvecaserta (allora vista come l’eterna incompiuta sempre seconda) dopo aver perso da favorita due finali scudetto, 1986 e 1987 (vs Milano), ed aver concluso ai play off i tre campionati successivi, vendeva Oscar Daniel Bezerra Schmidt (semplicemente Oscar), il giocatore di basket che ha segnato più punti di tutti al mondo, 49.737, per acquistare giocatori di minor tasso tecnico.

Nel 1991, il roster di Juvecaserta partendo da sfavorito contro Milano, vinse il campionato in gara 5 al Forum di Assago, divenendo la prima squadra del sud-Italia a conquistare lo scudetto tricolore.

Poco più di un decennio dopo (2004), i Los Angeles Lakers decisero di assemblare uno degli organici potenzialmente con più talento della storia. In una squadra che vantava già Kobe e Shaq (in cattivi rapporti tra loro), rispettivamente la miglior guardia dopo Jordan e forse il centro più dominante di sempre, inseri‎rono l’All of Famer Karl Malone (che lasciò Stockton a Utah) e il playmaker Gary Payton. Due giocatori non più nel prime della carriera, ma ancora capaci di interpretare il gioco a livelli altissimi. Una corazzata, che però in Finale si infranse contro dei Detroit Pistons senza vere stelle in campo (Rasheed Wallace era un talento immenso, ma mai diventato un giocatore franchigia). I Lakers non trovarono mai la chimica giusta e i Pistons li sovrastarono grazie a esecuzione e una difesa di squadra solidissima (maggiori dettagli sul mondo basket NBA su NBA 2face).

Talenti indiscussi che non fanno squadra e rimangono focalizzati sullo splendore della propria stella, compagni di squadra che demandano il successo al colpo di genio del talento nella squadra, allenatori che ricercano meno soluzioni in quanto la soluzione è già il talento in campo, non portano al successo ma a stelle che luccicano e a squadre eterne seconde.

Oggi più che mai, l’individualismo non porta alla vittoria, mentre il gioco di squadra, in cui il team trova la sua forza negli individui che sono disposti a sacrificare le luci della ribalta personale per il successo del collettivo, porta alla vittoria. La storia sportiva, e non solo, è piena di esempi.

Vicenda recentissima è l’eliminazione dai mondiali di calcio di Argentina e Portogallo. Fa riflettere che i quotidiani non abbiano titolato “Eliminata Argentina o eliminato Portogallo” ma abbiano invece preferito scrivere “Eliminato Messi o eliminato Ronaldo”.

Non sta a me né è mio interesse stabilire quanto ci sia di “squadra” e quanto invece di individualismo in questo caso, ma nella Juvecaserta del 1991 e nei Pistons del 2004 brillava una squadra di individui e non un unico giocatore.

Siamo certi che la stessa dinamica non si applichi alla vita d’azienda? Quando scegliamo le persone con cui comporre il nostro team, cerchiamo talenti individuali o andiamo alla ricerca dell’equilibrio della squadra?

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When Gianfranco Maggiò, thirty-year-old President of Juvecaserta Basket, in 1990 decided to sell Oscar to re-establish the team, the newspapers and sporting criticism were against his decision.

Juvecaserta (then seen as the eternal unfinished, always second to others) after losing two final league titles, 1986 and 1987 (vs Milan), and have concluded at the playoffs the following three championships, sold Oscar Daniel Bezerra Schmidt (simply Oscar), the basketball player who scored the most points in the world, 49,737, to buy players with lower technical skills.

In 1991, Juvecaserta’s roster, starting against the odds in the final with Milan, won the Championship in game 5 at the Assago Forum, becoming the first team of the south-Italy to conquer the Italian championship.

Almost over a decade later, (2004), the Los Angeles Lakers decided to assemble one of the potentially most talented Roster in history. In a team that already counted on Kobe and Shaq (in bad relations with each other), respectively the best guard after Jordan and perhaps the most dominant center of all time, they included the All of Famer Karl Malone (who left Stockton in Utah) and playmaker Gary Payton.  Two players no longer in the early career, but still able to play the game at very high levels. A battleship, but in the NBA Final hit against the Detroit Pistons without real stars in the field (Rasheed Wallace was an immense talent, but never became a franchise player). The Lakers never found the right chemistry and the Pistons overwhelmed them thanks to execution and a solid team defense (for more details on the NBA basketball world and many other fantastic stories hit on NBA 2face).

Undisputed talents who do not team up and remain focused on the splendor of their star, teammates who delegate success to the stroke of genius of the talent in the team, coaches who seek less solutions because the solution is already the talent in the field, do not lead to success but with glittering stars and second eternal teams. Today more than ever, individualism does not lead to victory, while team play, in which the team finds its strength in individuals who are willing to sacrifice the personal limelight for the success of the collective, leads to victory. Sports history, and not only, is full of examples.

A recent example is an elimination from the World Cup of Argentina and Portugal. It makes you think that the newspapers have not titled “Argentina eliminated or Portogallo eliminated” but instead preferred to write “eliminated Messi or eliminated Ronaldo“. It is not my interest to determine how much there is a team and how much of individualism in this case, but in the Juvecaserta of 1991 and in the Pistons of 2004 shone a team of individuals and not a single player.

Are we sure that the same dynamic does not apply to work life? When we choose the people of our team, do we look for individual talents or we are looking first for the balance of the team?

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Iced coffee

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Il lunedi mattina e’ già di per sè complicato. Se poi hai il primo staff meeting alle 8.30, la situazione rischia di farsi ancora piu’ difficile.

Alzi la mano chi oggi non darebbe qualsiasi cosa pur di trovarsi gia’ in ferie! Relax e prima colazione, magari con un corroborante caffè espresso ghiacciato, viste le temperature decisamente estive di questi giorni.

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Improbabile trovare un iced coffee in ufficio ma se vogliamo rimanere in tema di ghiaccio, c’è qualcos’altro che possiamo fare per iniziare al meglio la nostra settimana lavorativa. Iniziare il nostro meeting con un “icebraker” che attiva le energie. “Rompere il ghiaccio” prima di entrare nel merito dell’agenda può essere di grande aiuto per predisporre il tuo uditorio ad ascoltarti.

Gli icebreaker sono fra i modi più efficaci per dare il calcio di inizio a qualsiasi meeting, conferenza o occasione di public speaking. Se pianificati e ben eseguiti riescono a coinvolgere attivamente le persone nei processi dell’evento, chiarire gli obiettivi dell’evento stesso e massimizzarne gli apprendimenti.

Ce ne sono di ogni tipo, dalle domande divertenti a vere e proprie attività di breve durata da proporre in forma di gioco. Prima di lanciarti nel tuo icebreaker però tieni a mente questi tre punti:

  1. Decidi quale ghiaccio vuoi rompere: qual e’ il tuo obiettivo? Vuoi ispirare il tuo uditorio, vuoi che le persone si conoscano meglio o vuoi che collaborino fra di loro?
  2. Privilegia la semplicità: più è semplice l’attività che proponi più’ e facile parteciparvi e sentirsi coinvolti
  3. Sii saggio: considera che le persone hanno valori, convinzioni, abitudini diverse. Chiediti sempre come ti sentiresti tu se dovessi partecipare in prima persona a quell’attività.

Il web aiuta tantissimo per cercare il tuo icebreaker ideale. Di seguito alcuni siti che trovo molto interessanti:

Icebreakers.ws
Thebalancecarees.com
Greatgroupgames.com

Un icebreaker aiuta a connettere le persone, a farle sentire più a loro agio in un gruppo che non si conosce ancora e a coinvolgerle attivamente una volta che l’evento, riunione o workshop sono iniziati.

Ogni orario è buono per godersi un rinfrescante caffè espresso con cubetti di ghiaccio, così come non è mai troppo tardi né troppo presto per un icebreaker ben fatto!

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Monday morning is already complicated by itself, but if you have your first staff meeting at 8.30, the situation is likely to become even more difficult.

Raise your hand who today would not give anything to be already on vacation! Relax and breakfast, perhaps with a refreshing iced espresso coffee, given the summer temperatures of these days.

Unlikely to find an iced coffee in the office but if we want to stay on the subject of ice, there is something else we can do to start our work week. Start our meeting with an “icebreaker” that activates the energies.

“Breaking the ice” before entering into the agenda can be of great help to prepare your audience to listen to you. Icebreakers are one of the most effective ways to kick off any meeting, conference or public speaking occasion. If planned and well executed they can actively involve people in the processes of the event, clarify the objectives of the event itself and maximize learnings.

There are all sorts of icebreakers, from funny questions to real short-lived activities to be offered as games. Before launching into your icebreaker, however, keep in mind these three points:

  1. Decide which ice you want to break: what is your goal? Do you want to inspire your audience, do you want people to know each other better or do you want them to work together?
  2. Stay simple: the simpler the activity you propose, the easier it is to participate and feel involved
  3. Be wise: consider that people have different values, beliefs, habits. Always ask yourself how you would feel if you were to participate in that activity firsthand.

The web helps a lot to look for your ideal icebreaker. Here are some sites that I find very interesting:

Icebreakers.ws
Thebalancecarees.com
Greatgroupgames.com

An icebreaker helps to connect people, make them feel more comfortable in a new group and actively involve them once the event, meeting or workshop has begun.

Every time is good to enjoy a refreshing espresso with ice cubes, as it is never too late nor too early for a well-made icebreaker!

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Your own ritual

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Terminata una sessione di coaching da un mio cliente, siamo stati distratti dalle urla provenienti dal corridoio. Uno degli ascensori dell’azienda si era bloccato al piano con una persona all’interno e alcuni colleghi le stavano letteralmente gridando di mantenere la calma perché i manutentori erano stati allertati.

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La risposta della persona bloccata all’interno è stata sorprendente: “Tranquilli ragazzi, ne approfitto per fare ginnastica”. Niente salti in alto o flessioni, probabilmente solo qualche attività di stretching muscolare ma di certo capace di generare un positivo effetto antistress su di lei.

Fortunatamente dopo pochi minuti le porte dell’ascensore sono state aperte ma questa esperienza mi ha fatto pensare al modo in cui reagiamo di fronte allo stress, perché imparare a canalizzare le energie fisiche e mentali nella giusta direzione può fare la differenza per noi e per gli altri. Questo non vuol dire eliminare lo stress tout court, una certa dose di stress positivo può essere anzi molto utile per stimolarci a raggiungere i nostri obiettivi, ma significa invece gestirlo strategicamente.

Ritmi incalzanti, impegni eccessivi, incomprensioni, rapporti difficili con il capo o con i colleghi, sono tutti possibili fattori di tensione e per affrontarli al meglio a volte può essere utile fare appello ad una nostra risorsa interiore.

Quando lo stress ci assale l’emozione dominante è la sopraffazione. Fermarsi, fare un bel respiro e rifugiarsi in un nostro rituale o un’attività che ci rassicura (come fare un semplice esercizio di ginnastica per la persona bloccata in ascensore) non solo ci fa stare meglio, ma può contribuire ad affrontare la situazione con rinnovata forza ed energia.

C’è un’altra cosa che ho imparato dalla vicenda dell’ascensore. L’importanza di porsi le domande giuste. Immagina di trovarti di fronte ad un imprevisto, un’avversità o una situazione scomoda. Cosa accade se invece di chiederti, “Perché capitano tutte a me?”, ti ponessi la domanda, “Qual è il  meglio che posso dare in questa circostanza?”

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After a coaching session by one of my clients, we were distracted by the screams coming from the corridor. One of the company’s elevators was stuck to the floor with a person inside and some of the colleagues were literally shouting to stay calm because the maintenance guys had been alerted.

The response of the person stuck inside was surprising: “Do not worry guys, I take this opportunity to do gymnastics”. No high jumps or push-ups, probably just some muscular stretching activity but certainly quite capable of generating a positive anti-stress effect on her.

Fortunately, after a few minutes, the elevator doors were opened but this experience made me think about the way we react to stress. Learning to channel the physical and mental energies in the right direction can make a difference for us and for others. This does not mean eliminating stress tout court, a certain amount of positive stress can indeed be very useful for stimulating us to reach our goals, but instead means managing it strategically.

Challenging rhythms, excessive commitments, misunderstandings, difficult relationships with the boss or with colleagues, are all possible factors of tension and to better deal with them at times it can be useful to appeal to one of our inner resources.

When stress attacks us, the dominant emotion is oppression.

Stop, take a deep breath and take refuge in your own ritual, an activity that reassures you, like doing a simple exercise of gymnastics for the person stuck in the elevator. This will not just make you feel better but can help to face the situation with renewed strength and energy.

There is another thing I learned from the elevator story. The importance of asking the right questions. Imagine that you are facing an unexpected event, an adversity or an uncomfortable situation. What happens if instead of asking, “why do they all come to me?” you ask yourself,  “what is the best I can do in this situation? “

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Beyond the slogans, the new frontier of leadership

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A tu per tu con Giuliano Noci, Professore di strategia e marketing presso la School of Management del Politecnico di Milano e Prorettore del Polo territoriale cinese dell’Ateneo milanese. Determinazione e sguardo al futuro hanno fatto di lui un punto di riferimento non solo nel mondo accademico. Nel suo ultimo libro Biomarketing ci offre una visione delle dinamiche di mercato che va decisamente fuori dagli schemi, partendo dall’individuo.

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Come esprimi la tua leadership?
Elemento di fondo imprescindibile è la competenza, il mio ruolo e la mia funzione istituzionale richiedono autorevolezza e questa passa inevitabilmente attraverso una dimensione di competenza che oggi significa studio continuo. Ci sono poi visione e focus su obiettivi di lungo periodo. Un leader traccia la rotta ed è sempre un passo avanti rispetto a suoi interlocutori. In un certo senso è inevitabile vivere una diarchia temporale: gestire il presente guardando il lungo termine.

Un punto di forza che ti ha aiutato nella vita o lavoro?
Sicuramente la determinazione. Non avremmo mai ottenuto il risultato che abbiamo raggiunto con il progetto in Cina, per esempio, se non ci fosse stata determinazione e disponibilità a non scoraggiarsi. Adesso il Politecnico è l’Università europea più importante in Cina e la più importante Università cinese ha aperto qui a Milano la sua base europea. Quando siamo partiti non ci ricevevano nemmeno, sono stati anni di incontri continui ma alla fine abbiamo ottenuto un risultato ottimo.

Quanto credi nel lavoro di team?
Per me è fondamentale. I grandi progetti si realizzano con le squadre, non con solisti al comando. In Italia è difficile perché prevale ancora uno spirito individualista che si traduce in una difficoltà di execution. Facciamo fatica a fare grandi progetti industriali perché nonostante grandi idee e persone, il contesto culturale, l’humus su cui poggiamo non favorisce il gioco di squadra, soprattutto a certi livelli.

Il potere del lavoro di squadra in un momento in cui le disruptions sembrano più legate al genio di individui: quindi è il team o il leader?
E’ il combinato disposto delle due cose. Prendiamo geni probabilmente indiscutibili come Steve Jobs o Jeff Bezos, non è che la genialità sia il presupposto per implementare le cose. Occorre qualcuno che tracci la via e poi gente che sia in grado di raggiungere il punto delineato dal leader. Questo è il problema del nostro Paese, il genio c’è ed è anche abbastanza largamente disponibile, ma ci manca mediamente la “capacità di fare” che si esercita attraverso il combinato di una leadership illuminata e di una capacità di execution strutturata.

Come parlano di te i tuoi collaboratori?
Ho la sensazione che auspichino una mia maggiore presenza sulle progettualità che hanno in corso. Questo è un elemento che in qualche misura imputano al sottoscritto, essendo io su molteplici fronti.

Essere uno dei capisaldi del Politecnico di Milano ti porta a relazionarti quotidianamente con i Millennials. Qual è il tuo pensiero su di loro?
Ci sono stereotipi ed elementi su cui prestare attenzione. Certamente hanno una forte capacità di attivare connessioni che, in chiave prospettica, potrebbe almeno in parte attenuare uno dei punti di debolezza strutturali del nostro sistema. Un elemento sui cui occorre riflettere è invece la loro incapacità di andare a fondo sui problemi. I millennials sono sostanzialmente formattati con l’ipertesto, hanno una capacità di “allargare” molto che però non è sufficiente. La loro capacità di stare sul punto e di andare in profondità sul tema è minore.

Credi che vi sia spazio per i giovani in Italia?
Assolutamente sì. Come Politecnico i nostri studenti ancor prima di laurearsi hanno già il posto. E’ chiaro che se tutti vogliono fare lettere antiche e il mercato chiede fabbri ed ingegneri, si genera un mismatch tra domanda e offerta. La trasformazione digitale ha reso molto più in tensione il sistema, ci sono soglie di accettabilità molto più basse, quindi qualsiasi cosa non sia strettamente finalizzata all’obiettivo viene rigettata al sistema. Il vero tema è la skill shortage: non ci sono competenze sufficienti per reggere la domanda, dalle competenze più qualificate come i data scientists fino agli artigiani e operai specializzati.

Quale sarà la nuova disruption positiva che permetterà al nostro Paese di riposizionarsi nel mondo?
Non sarà una disruption positiva a far cambiare il nostro Paese ma piuttosto il raggiungimento del punto di minimo. L’Italia deve rendersi conto che le condizioni di funzionamento del sistema socioeconomico sono cambiate, dal punto di vista digitale, tecnologico e commerciale. Ho la sensazione però che non si siano ancora raggiunte le condizioni per cui il sistema percepisca di dover cambiare. Credo che il Paese non abbia nella sua capacità quella di introdurre una propulsione forte tramite una positività ma al contrario tramite una grossa negatività.

Siamo nell’era dei colossi dal nulla: Amazon, Alibaba, Google, Facebook. Perché nessuno di questi è italiano?
In Italia non abbiamo metabolizzato in senso positivo il concetto di fallimento, chi fallisce in un’impresa è un reietto. Gli imprenditori di successo della Silicon Valley hanno magari alle spalle diversi fallimenti ma non per questo si considerano dei reietti. Un tema di fondo della cultura italiana, ma anche europea, è il fatto di non avere l’adeguato atteggiamento rispetto a nuove iniziative imprenditoriali.

Sei molto conosciuto e seguito. Qual è il messaggio principale che trasmetti?
Interpretare e andare oltre la visione superficiale di un fenomeno. Il contesto è diventato molto più complesso, a tutti i livelli, e la complessità di contesto richiede una capacità interpretativa che è sempre meno comune. Mediamente, dalla politica al business, si cerca di rassicurare le persone offrendo loro degli elementi di ancoraggio semplici e a forte contenuto emotivo.
La gente è spaesata ma presentare delle ricette semplici che tranquillizzano momentaneamente è prodromo di disastri.

Come il biomarketing può influenzare il manager?
Portandolo a superare gli slogan. Il biomarketing è la proposta di una piattaforma di interazione con il mercato che va oltre gli slogan dell’intelligenza artificiale, dei big data e della multicanalità.
Il ragionamento che sviluppo nel libro offre una prospettiva che può aiutare il leader e il manager a capire come un’impresa deve riconfigurarsi dal punto di vista delle logiche di pensiero, non più le gabbie dei settori industriali ma la logica degli ecosistemi. Le categorie mentali del settore merceologico e del prodotto hanno sempre meno rilevanza nel contesto di oggi.
Anche il concetto di marca non si appiattisce più su un’identità di prodotto ma diventa capacità di risposta, si sublima rispetto alla capacità di un’impresa di interagire e di dare risposte al consumatore. La marca si qualifica nella sua capacità di essere “relazione virtuosa”.
Occorre analizzare più in profondità i fenomeni e per farlo non possiamo che partire dall’uomo e dai meccanismi di funzionamento della mente. Leggere le dinamiche di acquisto attraverso nuovi strumenti come le analisi biometriche ci aiuta ad intercettare ciò che io chiamo un nuovo ritmo del marketing, che non è più quello delle campagne di marketing a cui siamo abituati.
In tutto questo le tecnologie sono uno strumento e non la soluzione. Amazon non vince con la tecnologia ma con il call centre che mette ancora al centro l’uomo.

Quanto ci vorrà perché le aziende comincino a ragionare in termini di bio marketing?
Ci vorrà molto tempo a causa delle incrostazioni derivanti dalla storia con cui le imprese si sono strutturate. Il vantaggio dei players che sono oggi sulla bocca di tutti è di essere partiti “prato verde”, di aver plasmato una struttura che da una parte costruisce una catena del valore sfruttando tutte le potenzialità della tecnologia e, dall’altra, pone al centro il cliente e non il prodotto.
Tecnologia, prodotto e settore sono elementi di inerzia spaventosa al cambiamento nelle imprese. Chi non si doterà per tempo si troverà penalizzato. Ci sono settori che soffrono già oggi di un livello di pressione tale che se entro 5 anni non rispondono saranno molto in difficoltà, penso al mondo bancario, assicurativo, all’automotive, al retail.

Qual è il suggerimento per un’azienda che vuole fare da apripista in questo ambito?
Ce ne sono due, il primo è l’auspicio che i leader di queste aziende si sveglino una mattina e si dimentichino tutto quello che hanno imparato, che tornino in qualche modo ad un livello di creatività ed apprendimento massimo.
Il secondo suggerimento è che guardino con attenzione alle imprese che sono partite “prato verde” e che pur non essendo necessariamente tecnologiche, hanno utilizzato la tecnologia per mettere al centro il consumatore.

Progetti per l’immediato futuro?
Trasferire in execution alcune idee che si sono plasmate in questi anni e che adesso necessitano di essere messe a terra. Non progetti nuovi, quindi, ma consolidamento di cose generate in questi anni. Il focus è su alcuni core items come il progetto sul fronte Cina e lo sviluppo del nuovo laboratorio di biomarketing.

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English version follows

Face to face with Giuliano Noci, Strategy, and Marketing Professor at the School of Management of Milano Polytechnic and Rector of the Chinese Territorial Pole of the Milanese University. Thanks to his determination and foresight he is now reference point not just in the academic world. In his latest book Biomarketing, he offers a vision of the market dynamics that goes definitely out of the box, starting from the individual.

How do you express your leadership?
The most relevant element is “competence”, my role requires authoritativeness and this inevitably passes through a dimension of competence that today means continuous study. Then comes the vision and focus on long-term objectives. A leader traces the route and is always a step ahead of the others in relation to whom he exercises his leadership. There is a sort of diarchy in time: to manage the present by looking at the long term.

Your biggest strength that helped you in your life or work?
Determination. Thinking of the project in China, for example, it would have been impossible to achieve our goal if there had not been determination and willingness to not be discouraged. Now the Polytechnic is the most important European University in China and the most important Chinese University has opened its European base here in Milan. When we started, 6 years ago, we were not even listened but we didn’t give up and now we achieved a very good result.

How much do you believe in teamwork?
Working in a team is fundamental. Big projects are carried out with teams not with “one-man show”. In Italy, unfortunately, this is not easy. We struggle to make large industrial projects because, despite great ideas and people, our cultural context and the hummus on which we rely do not favor team play, especially at certain levels.

The power of teamwork at a time when the disruptions seem more related to the genius of individuals: so it is the team or the leader?
It is the combined arrangement of the two things. If we consider indisputable genes like Steve Jobs or Jeff Bezos, we see that genius is not the prerequisite for implementing things. We need someone who traces the way and then people who are able to reach the point outlined by the leader.
This is the problem of our country, the genius is there and it is also quite widely available, but we lack the ability to “make things happen”, that is exercised through the combination of an enlightened leadership and a structured execution capacity.

How do your team talk about you?
I have the feeling that they want more my presence on projects that are underway. I am on multiple fronts and this is an element that to some extent they impute to myself.

Being one of the cornerstones of the Milan Polytechnic brings you to daily relations with Millennials. What is your thought about them?
There are stereotypes and elements to pay attention to. Certainly, they have a strong ability to activate connections that, from a perspective, could partly mitigate one of the structural weaknesses of our system. On the other hand, there is their inability to get to the bottom of problems.
Millennials are basically formatted with hypertext, they have a capacity to “enlarge” a lot, but this is not enough. They are not able to stay on the point and go deep on the topic.

Do you believe there is room for young people in Italy?
Absolutely yes. As Polytechnic our students even before graduating have already a job. It is clear that if everyone wants to make old letters and the market asks for locksmiths and engineers, there is a mismatch between supply and demand.
The digital transformation has made the system much more tensile, there is less acceptability, so anything not strictly aimed at the target is rejected by the system. The real issue with respect to employment is skill shortage: there are not enough skills to support the demand, from the most qualified skills such as data scientists to artisans and specialized workers.

What will be the new positive disruption that will allow our country to get a position in the world?
I am convinced that it will not be a positive disruption to change our country but rather the fact of reaching the bottom point. We need to realize that the operating conditions of the socio-economic system have changed, from a digital, technological and commercial point of view.
However, I have the feeling that we have not reached yet the conditions for which the system perceives that it has to change. I believe that the country does not have in itself the capacity to introduce a strong propulsion through a positivity but on the contrary through a big negativity.

We are in the era of giants from nothing: Amazon, Alibaba, Google, Facebook. Why none of these is Italian?
In Italy, we have not positively metabolized the concept of failure, who fails in a business is an outcast. Successful Silicon Valley entrepreneurs may have had several failures but not for this they considered themselves outcasts. A basic theme of Italian culture, but also European, is the fact of not having the appropriate attitude with respect to new business ventures.

What is the main message to your followers?
Interpret and go beyond the superficial vision of a phenomenon. The context has become much more complex, at all levels, and the complexity of context requires an interpretative capacity that is increasingly less common. On average, from politics to business, we try to reassure people by offering them simple anchorage elements with a strong emotional content. People are disoriented but presenting simple recipes that quieten momentarily is a source of disasters.

How can Biomarketing affect the manager?
Leading to overcome the slogans. Biomarketing is the proposal of a platform of interaction with the market that goes beyond the slogans of artificial intelligence, big data, and multi-channel.
In the book, there is a perspective that can help leaders and managers to understand how a business must reconfigure itself from the point of view of the logic of thought, no longer the cages of the industrial sectors but the logic of ecosystems.
The mental categories of the product and product sectors are increasingly less relevant in today’s context.
Even the concept of branding becomes a response capacity and is sublimated with respect to the ability of a company to interact and give answers to the consumer. The brand qualifies itself in its capacity to be “virtuous relationship”.
It is, therefore, necessary to analyze the phenomena in greater depth starting from the human being and the human mind’s mechanisms.
Reading the dynamics of purchasing through new tools, such as biometric analyzes, for example, helps us to intercept what I call a new rhythm of marketing, which is no longer one of the marketing campaigns we are used to.
In all this, technologies are a tool and not the solution. Amazon does not win with technology but with the call center that still puts man at the center.

How long will it take to start thinking in terms of bio marketing?
It will take a long time because of the incrustations deriving from the history the companies are structured by. The advantage of the players who are today on everyone’s lips is to have started “green lawn”, to have shaped a structure that on the one hand builds a value chain exploiting all the potentials of technology and on the other hand puts the customer at the center.
Technology, product, and industry are elements of big inertia to change. Companies that will not equip themselves in time will be penalized.
There are sectors that are already suffering from such a pressure level that if they do not respond within 5 years they will be very in difficulty, I am thinking of the banking, insurance, automotive and retail sectors.

What is the suggestion for a company that wants to lead the way in this area?There are two: the first is the hope that leaders of these companies wake up one morning and forget all that they have learned, that return in some way to a level of creativity and maximum learning; the second suggestion is that they carefully look at companies which started “green lawn” and that, although not necessarily technological, have used technology to put the consumer at the center.

Projects for the immediate future?
Transfer to execution some ideas that have been shaping in these years and that now need to be put on the ground. Not new projects, therefore, but consolidation.
The focus is on some core items such as the project on the China front and the development of the new Biomarketing laboratory.

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When behaviors overshadow intentions

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Il tuo team è composto da persone competenti eppure hai difficoltà a raggiungere i risultati attesi. A chi non è mai capitato? L’insuccesso dipende da molti fattori più o meno oggettivi ma spesso è il comportamentoovvero il nostro personale modo di agire e la capacità di indirizzare le azioni dei nostri collaboratori, a determinare il successo o l’insuccesso di un progetto.

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I comportamenti rappresentano il “come” si desidera raggiungere un obiettivo. Essi sono la declinazione osservabile e misurabile di azioni fortemente connesse ai valori e di conseguenza, un comportamento che non si trova in linea con i valori dichiarati e condivisi è fonte di instabilità e disorientamento. Concentrarsi solo sul comportamento, tuttavia, può farci perdere di vista l’origine e le motivazioni che lo hanno suscitato. C’è un altro elemento infatti che entra in gioco: le intenzioni.

Le intenzioni rappresentano lo scopo, il “perché” si desidera raggiungere un obiettivo. Anch’esse, come i comportamenti, sono fortemente connesse ai valori ma si posizionano ad un livello più profondo, le intenzioni sono all’origine dei comportamenti e ne dettano la direzione.

Quando le intenzioni sono disallineate rispetto ai valori è molto probabile che le persone non solo “non sposino la causa” ma anche che giochino secondo uno schema diverso da quello definito dalle linee guida aziendali. Uno scenario di questo tipo rischia di indebolire sul lungo periodo la motivazione di gruppo in tema di fiducia, rispetto e performance. Ne deriva che l’impatto di un comportamento “sbagliato” è minore rispetto a quello di un’intenzione “sbagliata”.

Un comportamento “sbagliato” può essere compreso, contestualizzato e corretto (facilitando una maggiore consapevolezza sui valori aziendali per esempio). Un’intenzione disallineata rispetto ai valori, invece, richiede di essere valutata con una particolare attenzione all’influenza che può avere sul resto del team e, più in generale, sul benessere di un’organizzazione orientata al risultato.

Per un leader che vuole ispirare le sue persone è fondamentale quindi conoscere e comunicare con chiarezza le sue intenzioni, la direzione e lo scopo che muove i suoi comportamenti. Allo stesso modo è importante conoscere lo scopo che muove i comportamenti del suo team. Se sei interessato all’argomento puoi trovare la versione completa di questo mio articolo su Leadership e Management Magazine.

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In your team, there are well-prepared people, but despite their competence, you have difficulty achieving the expected results. Does it sound familiar to you?

Failure might depend on many factors but often it is due to behaviors, that are our personal way of acting as well as the ability to direct the actions of our colleagues.

Behaviors represent the “how” you want to reach a goal. They are the observable and measurable declination of actions strongly related to values and consequently, a behavior that is not in line with the declared and shared values is a source of instability and disorientation. By focusing just on behavior, however, we risk not to consider the origin and the motivations that caused it. There is, in fact, something else to contemplate: intentions.

Intentions represent the purpose, the “why” you want to reach a goal. They too, like behaviors, are strongly connected to values but are positioned at a deeper level, intentions are at the origin of behaviors and give them direction.

When intentions are misaligned to values, it is very likely that people not only “do not marry the cause” but also that they play according to a pattern different from the one defined by company guidelines. Such a scenario can only weaken the group’s motivation in terms of trust, respect, and performance over the long term. It follows that “wrong” behaviors have a stronger impact on the organization than “wrong” intentions.

A “wrong” behavior can be understood, contextualized and corrected (facilitating greater awareness of corporate values, for example). An intention misaligned with respect to values, on the other hand, needs to be evaluated with particular attention to the influence on the rest of the team and, more generally, on the well-being of a result-oriented organization.

For a leader who wants to inspire people, it is therefore essential to know and communicate clearly his intentions, the direction, and purpose that moves his behavior. In the same way, it is important for him to know the purpose that moves the behavior of his team. Should you wish to read more about Intentions and Behaviours, you can find the full version of my article on Leadership and Management Magazine.

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Be kind

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Venerdì scorso, quando sono andata a prendere mio figlio a scuola, l’ho trovato meno sorridente del solito. Ho presto scoperto che il motivo della sua arrabbiatura era una prepotenza subìta poco prima da una sua compagna di classe, dalla quale si era sentito ingiustamente “attaccato” e non era riuscito a far valere le sue ragioni.

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Gli ho spiegato che non sempre le cose vanno come vorremmo e che comunque non c’era niente di sbagliato nel modo in cui lui si era comportato nei confronti di questa bambina, scegliendo di non reagire a sua volta con la stessa prepotenza.

Quante volte ci capita di trovarci in disaccordo con un nostro amico, collega o capo su questioni più o meno futili o strategiche?

In tali situazioni, alzare i toni o addirittura gridare per farci valere non è la cosa migliore. Se speriamo di far ragionare qualcuno, gridare di certo non ci sarà d’aiuto.
Questo non vuol dire che dobbiamo accettare passivamente comportamenti scorretti e che non sia importante spiegare il nostro punto di vista e difendere la posizione in cui crediamo, ma piuttosto che possiamo farlo in un modo che manifesti determinazione e gentilezza allo stesso tempo. Possiamo scegliere di esprimerci con una “forza gentile”.

Quando ci apprestiamo ad affrontare una conversazione che sappiamo essere difficile o quantomeno scomoda, assicuriamoci di ascoltare attivamente l’altro senza limitarci solo ad attendere il nostro turno per controbattere.

Se mostriamo di rispettare l’opinione altrui sarà più facile far ascoltare la nostra. Può darsi che la nostra idea, che conserviamo gelosamente da tempo, debba essere messa alla prova. E forse entrambi potremmo imparare l’uno dall’altro.

Come fare ad ascoltare attivamente?

  • rivolgi lo sguardo al tuo interlocutore in modo che sappia di avere la tua attenzione
  • non interromperlo
  • fagli capire che comprendi che ciò che sta dicendo è importante per lui
  • poni delle domande: chiedi chiarimenti sui punti che non hai del tutto compreso in modo che non ci siano fraintendimenti
  • tieni la mente aperta: non presumere che il tuo interlocutore non abbia qualcosa di interessante da dire (non lo puoi sapere ancora).

Possiamo compiere un gesto molto potente diventando gentili con chi non è d’accordo con noi.

A proposito di gesti gentili, mi sono recentemente imbattuta in un libello molto delicato e potente insieme di cui raccomando caldamente la lettura. Si chiama “The little book of Kindness” ed è scritto da Bernadette Russell, autrice e perfomer inglese che, in seguito ai disordini di Londra del 2011, ha dato forma al progetto “366 Days of Kindness”, compiere un gesto gentile ogni giorno per cambiare il mondo.
Una vera chicca!

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Last Friday, when I went to pick up my son at school, I found him less smiling than usual. I soon discovered that he was annoyed by a classmate, from whom he had felt unfairly “attacked” and had failed to assert his reasons.

I explained to him that things are not always the way we want and that there was nothing wrong with the way he behaved towards this child, choosing not to react with the same arrogance.

How many times do we find ourselves in disagreement with a friend, colleague or boss on more or less futile or strategic issues?

In such situations, raising the tone or even shouting to make us stand is not the best thing. If we hope to make someone reason, shouting will certainly not help us. This does not mean that we must passively accept wrong behavior and that it is not important to explain our point of view and defend the position we believe in, but rather we can explain ourselves in a way that shows determination and kindness at the same time. We can choose to express ourselves with a kind of “gentle force”.

When we start to face a conversation that we know is difficult or at least inconvenient, let’s make sure to listen actively to the other avoiding to impatiently wait for our turn to “fight” back.

If we show respect to the opinion of others it will be easier to be listened to. Our idea, which we have been jealously preserving, might be put to the test. And maybe we both could learn from each other.

How to listen actively?

  • look at your interlocutor so that he knows you have your attention
  • do not interrupt
  • make sure he realizes that you understand that what he is saying is important to him
  • ask questions: to clarify points that you have not fully understood so that there are no misunderstandings
  • keep an open mind: do not assume that your interlocutor does not have something interesting to say (you don’t know it yet).

We can make a very powerful gesture by becoming kind to those who do not agree with us

Speaking of gentle gestures, I have recently come across a very delicate and powerful pamphlet that I highly recommend reading. It is “The little book of Kindness” by Bernadette Russell, an English author, and performer who, following the London unrest in 2011, gave shape to the “366 Days of Kindness” project, making a kind gesture every day for changing the world.

It’s a good deal!

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Are you a risk taker?

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Week end al mare, primo sole e spiaggia semivuota. Praticamente un paradiso terrestre, se non fosse stato per il mio vicino di ombrellone. Appena il tempo di  finire una colorita conversazione telefonica con qualcuno che, con ogni probabilità, si trovava in quel momento in ufficio, e il manager in vacanza comincia a sfogarsi con la moglie seduta accanto: “Ma ti rendi conto? Non posso lasciarli soli un attimo. Perché non capiscono?”

ombrelloni

E’ desiderio comune a molti constatatare che l’attività del proprio team può svolgersi a pieno ritmo anche senza continua supervisione e, di conseguenza, permettersi di trascorrere qualche ora senza il pensiero di fare telefonate su telefonate per assicurarsi che tutto fili liscio.

Pura fantascienza? Forse no. Il primo passo affinché il sogno assuma i connotati della realtà non consiste solo nel mettere in pratica brillantemente l’arte della delega: definire obiettivi e tempi in maniera precisa, comunicare criteri e linee guida da applicare, stabilire cross checks intermedi per condividere eventuali problematiche emerse, celebrare i risultati. (A proposito di delega puoi leggere anche questo post). 

In realtà il primo passso che può fare la differenza nel delicato processo di responsabilizzazione che porta all’autonomia del proprio team è la propensione al rischio.

Quando scegliamo di delegare un compito ad un nostro collaboratore, infatti, la probabilità di ottenere un risultato esattamente uguale a quello che avevamo in mente è praticamente pari allo zero. Questo accade perché ciascuno di noi interpreta i messaggi che riceve dall’altro in maniera diversa. Codifichiamo i messaggi in base alle nostre personali “mappe mentali” ed utilizziamo modalità e strumenti diversi per agire. L’attività delegata, pertanto, potrebbe finire per essere svolta in maniera diversa (migliore o peggiore) rispetto a quanto atteso da colui che delega.

Ecco perchè il primo passo della delega consiste sempre nell’accettare di prendersi dei rischi e allo stesso tempo nell’essere consapevoli che le cose potrebbero andare diversamente da come previsto.

Vuoi correre il rischio che, delegando, l’obiettivo venga raggiunto in modo differente da quanto ti eri prefigurato? E soprattutto, sei disposto ad accettare che lo stesso obiettivo sia perseguito in maniera diversa da come avresti fatto tu se non lo avessi delegato?

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Weekend on the sea-side, first sun, and half-empty beach. Basically, a paradise on earth, if it were not for my neighbor. Just enough time to finish a colorful phone conversation with someone who, in all likelihood, was at that moment in the office, and the manager on vacation begins to let off steam with his wife sitting next to him: “Do you get it? I can’t leave them for a moment. Why don’t they understand it? “

It is a common desire for many to see that the activity of their team can continue at full speed even without continuous supervision and, consequently, afford to spend a few hours without the thought of making phone calls to make sure everything runs smoothly.

Pure science fiction? Maybe not. The first step for the dream coming true, it is not only to brilliantly put into practice the art of delegation: to define objectives and times in a precise manner, to communicate criteria and guidelines to be applied, to establish intermediate cross checks to share any problems that have emerged, and then celebrate the results. (Speaking of delegation you can also read this post).

In reality, the first step that can make the difference in the delicate process of accountability that leads to the autonomy of the team is the risk appetite.

When we choose to delegate a task, in fact, the probability of obtaining a result exactly the same as what we had in mind is practically equal to zero. This happens because each of us interprets the messages we receive from the other in a different way. We code messages according to our personal “mind maps” and use different methods and tools to act. Therefore, the delegated activity could end up being carried out in a different way (better or worse) than expected by the person delegating it.

This is why the first step of the delegation always consists in accepting to take risks and at the same time being aware that things could go differently than expected.

Do you want to take the risk that, by delegating, the goal is achieved in a different way than you had anticipated? And above all, are you willing to accept that the same goal is pursued differently than you would have done if you had not delegated it?

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