Limitless

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Sei un runner, stai correndo la tua personale maratona, tutti i tuoi muscoli sono sotto sforzo, la tua richiesta di ossigeno aumenta velocemente così come il tuo battito cardiaco. Hai appena raggiunto con successo la tua distanza, quella che ti eri prefissato. Sei esausto ma non ti fermi. Rallenti leggermente… riprendi il tuo ritmo e poi continui a correre, fino al prossimo miglio.

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In un mondo competitivo come il nostro, in cui il desiderio di fama e potere sembra un valore irrinunciabile, siamo costantemente sottoposti ad input che ci spingono ad andare sempre oltre, a superare i nostri limiti. Tutto sembra dirci che se vuoi l’eccellenza devi fare necessariamente uno sforzo in più, compiere quel passo ulteriore che ti serve per fare la differenza. Un atteggiamento, questo, tipico della mentalità imprenditoriale: arrivare là dove gli altri non sono ancora arrivati.

A questo punto qualcuno potrebbe pensare che “andare oltre” significhi semplicemente muovere il passo successivo, ma non è esattamente così. Il miglio in più è il passo che facciamo quando il viaggio è già finito, la distanza richiesta è stata raggiunta e decidiamo comunque di proseguire. Ci accorgiamo che si tratta di un miglio in più perché ogni singola parte del nostro corpo ne accusa la portata.

Non si tratta quindi di un’azione casuale o facile da compiere, né un colpo di fortuna. L’extra mile non ha mai a che fare con l’ordinario ma con lo straordinario. Per cui mi chiedo: siamo certi che sforzarci per il miglio in più sia sempre ideale? Cosa accadrebbe se quel passo in avanti si rivelasse a tradimento un passo indietro?

Pensiamo al manager che vuole ottenere di più dal suo staff per migliorare le performance aziendali. Di certo fare più del richiesto, macinare ore di straordinario, assumersi carichi di lavoro e responsabilità extra può produrre effetti positivi sia per i singoli che per l’organizzazione: il manager ottiene i risultati in termini di produttività e il lavoratore si sente più motivato e positivo rispetto alle sue prospettive di carriera. Ma qual è il retro della medaglia?

Potrebbero insorgere, solo per fare un esempio, situazioni di stress o conflitto in termini di work-life balance con possibili ripercussioni che esulano dal posto di lavoro e incidono sul benessere generale delle persone coinvolte.

Con questo non voglio affatto ignorare gli aspetti sfidanti del “fare il passo in più” e la straordinaria soddisfazione che ne può derivare. Persegui i tuoi obiettivi e fai del tuo meglio per raggiungerli, non importa se stai correndo la tua maratona, insegnando a leggere a tuo figlio di 5 anni o guidando un business di successo, ma considera anche che alcuni comportamenti extra mile, seppur facilmente gestibili nell’immediato, potrebbero rivelarsi meno sostenibili sul lungo periodo.

Il confine tra extra mile e stress è sottile.

Quindi il punto è: Qual è l’impatto del miglio in più su di te? Come intendi gestirlo?

Curiosa di sapere qual è la tua strategia.

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Imagine you are a runner. You are running your own marathon, all your muscles are under stress, your oxygen demand increases rapidly as well as your heartbeat. You have just successfully reached your distance, the one you set for yourself. You are exhausted but do not stop. You slow down slightly … resume your pace and then keep running, until the next mile.

In today’s competitive world, where fame and power are the great motivators, we constantly receive inputs that urge us to go further and beyond our limits. It is said that if you want excellence you must necessarily make an extra effort and this is actually a typical attitude of the entrepreneurial mindset: getting there where others have not yet arrived.

At this point, someone might think that “going beyond” simply means moving the next step, but it is not exactly like that. The extra mile is the step we take when the journey is already over, the required distance has been reached and we still decide to continue. We realize that it is an extra mile because every single part of our body tells us.

The extra mile is therefore not a casual or easy action, nor a stroke of luck. It has never to do with the ordinary but with the extraordinary. So the question is: Are we sure that striving for the extra mile is always ideal? What would happen if that step forward turned out to be a backward step?

Take the manager who wants to get more from his staff to improve company performance. Certainly doing more than required, grinding hours of overtime, taking on more tasks and extra responsibilities are advantageous for both for individuals and for the organization: managers enhance productivity and employees feel more motivated and positive about career development. But what is the other side of the coin? 

Where individuals are held accountable for their results, going beyond the call of duty can carry negative consequences such us job-related stress and work-life imbalance. The costs to employees may also have repercussions far outside the workplace and potentially can lead to a loss in individual well-being.

This does not mean we should ignore the challenging aspects of taking the extra step and the big satisfaction that comes from it. No matters if you are running your marathon, driving a successful business or teaching your 5-year-old son to read: pursue your goals and do your best to achieve them, but also consider that some extra mile behaviors, although easily manageable immediately, may prove less sustainable in the long run.

The boundary between the extra mile and stress is subtle.

So the point is: What is the impact of the extra effort to you? How do you handle with it?

I’m curious to know what your strategy is.

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The big picture

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L’altro giorno per strada ho visto un’auto sul cui vetro era esposto un adesivo con la scritta: “Se non vedi il mio specchietto retrovisore, io non posso vedere te”. All’inizio ho pensato semplicemente ad un divertente messaggio di sensibilizzazione sulla sicurezza stradale, in effetti se nel guidare non mi tengo ad una ragionevole distanza dall’auto che ho davanti, qualsiasi frenata o manovra improvvisa potrebbe diventare un problema.

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Poi ho letto in quel messaggio anche un significato più ampio: “Se ci avviciniamo troppo ad una situazione, evento o sensazione, tanto da esserne assorbiti, da entrarne a far parte, non ne cogliamo più la visione di insieme”.

Pensiamo a come viviamo le nostre vite e a come ci approcciamo alle cose che ci accadono.

La capacità di conoscere i dettagli e di non lasciare niente al caso è una qualità apprezzabile soprattutto in tutte quelle circostanze che richiedono deduttività e pensiero analitico. Analizzare un problema in tutte le sue sfaccettature, per esempio, scomporlo in parti più piccole per dipanarne tutti gli snodi nascosti, può essere di estrema utilità per configurare soluzioni possibili. Tuttavia, concentrandoci solo sul controllo dei dettagli e delle singole specificità rischiamo di non fare sintesi del problema, di non cogliere l’intero.

Se ci pensiamo bene, per avere una chiara comprensione di un evento e delle relazioni tra le diverse parti che lo compongono occorre mantenere una certa distanza di sicurezza. Quella necessaria per non schiantarci in caso di brusca frenata o quantomeno per aprirci una valida via d’uscita in caso di imprevisti sulla strada. La vita è una questione di prospettiva e fortunatamente siamo noi ad avere la facoltà di sceglierla. Possiamo decidere quando e come vedere le cose da angolazioni cosi come da distanze diverse.

Ora, lasciando da parte auto e conducenti per un momento. Considera il modo in cui affronti le cose e l’effetto che questo ha su di te.

Analizzi in profondità ogni minimo dettaglio? Hai un’inclinazione a controllare tutto e tutti da vicino?

Cosa accade se da oggi invece di tuffarti a capofitto dentro una situazione, ti mantieni a due tre passi distanza e la osservi da questa angolazione?

E’ vero che sono sempre le singole parti a costituire l’intero ma se poniamo lo sguardo solo sul dettaglio della singola pennellata, per quanto interessante essa possa rivelarsi, ci perdiamo la meraviglia del grande quadro, lo spettacolo della visione d’insieme.

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The other day on the street I saw a car going by with a sign that said: “If you can’t see my mirrors, I can’t see you”. At first, I simply thought of a funny message about safety, in fact, if I do not keep a reasonable distance from the car in front of me, any braking or sudden turns may create a problem for me and others. Then I read in that message a broader meaning: “If we get too close to a situation, event or sensation, so as to be absorbed and become part of it, we no longer grasp the overall vision”.

Try to think about how we live our lives and how we approach the things that happen to us.

The ability to know the details and leave nothing to chance is an appreciable quality especially in all those circumstances that require deductive and analytical thinking.  Analyzing a problem in all its facets, for example, breaking it down into smaller parts to unravel all the hidden joints, can be extremely useful for configuring possible solutions. However, by focusing only on the control of details and individual specificities, we risk not making a synthesis of the problem, of not grasping the whole.

If we think about it, to have a clear understanding of an event and of the relationships between the different parts of it, we need to maintain a certain safety distance. That distance which is necessary to avoid crashing in case of sudden braking or at least to open a valid way out in case of unexpected on the road. Life is a matter of perspective and fortunately, we are the ones who can choose it. We can decide when and how to see things from different angles and distances.

Now, leaving aside cars and drivers for a moment. Consider the way you deal with things and the effect this has on you.

Do you analyze in depth every little detail? Do you have an inclination to control everything and everyone up close?

What happens if today instead of plunging headlong into a particular situation or activity, you keep two steps away and you look at it from this angle?

A whole is always more than the simple sum of its parts. If we look only at the detail of the single brushstroke, however interesting it may be, we lose the wonder of the big picture, the spectacle of the overall vision.

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The Journey

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Immagina di dover arrivare da un punto A ad un punto B e di poter scegliere il tuo mezzo di trasporto. Potresti raggiungere la tua destinazione in metropolitana o in auto, in bicicletta o a piedi. Di certo scegliendo quest’ultima impiegheresti 10 volte il tempo che ti servirebbe viaggiando in metro ma sei sicuro che arrivare prima sia sempre meglio?

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Siamo portati a pensare che andando più veloci siamo più produttivi, soprattutto in ambito professionale. Siamo impazienti di fare carriera, di essere riconosciuti dagli altri come bravi e competenti, di raggiungere a tutti i costi i nostri più ambiziosi obiettivi. Eppure, l’esperienza insegna che la fretta può essere cattiva consigliera e non conduce necessariamente a risultati positivi.

Si dice che la fretta sia nemica dell’anima. La questione è che stiamo sprecando l’arte di saper aspettare, di aspettare il nostro turno quando siamo in coda al controllo passaporti in aeroporto cosi come di aspettare prima di parlare quando intratteniamo una conversazione (magari ascoltando l’altro per comprenderlo davvero e non solo per ribattere).

A volte ci inventiamo urgenze anche dove non ci sono pur di arrivare primi. Ma nonostante questo mi piace pensare che possiamo portare a termine tutti i nostri compiti e raggiungere la destinazione desiderata anche godendoci il viaggio.

E’ l’eterno duello tra il viaggiare in barca vela e il viaggiare a motore. Un viaggio in barca a vela richiede tempo e pazienza, ci rende consapevoli dei nostri limiti, stimola ad utilizzare razionalmente le risorse che abbiamo a disposizione, sensibilizza al rispetto e alla collaborazione a bordo.

Tuttavia, così come non ci si può improvvisare skipper perché per avventurarsi in mare (e ritornare in porto) bisogna essere preparati ed equipaggiati, allo stesso modo per vivere senza fretta bisogna essere allenati, soprattutto oggi che viviamo nell’epoca dell’alta velocità e del tutto e subito.

Un paio di spunti per cominciare:

Privilegia la qualità alla rapidità
Invece di lottare contro il tempo per eseguire più compiti possibili, allontana le distrazioni e focalizzati sugli impegni davvero importanti per te in quel preciso momento.

Svolgi una sola attività per volta
Il multitasking non è sinonimo di produttività. Sappiamo che la mente umana non può concentrarsi contemporaneamente su più attività senza ridurre la qualità dei singoli processi. Porta a termine un lavoro, quindi, e concediti una breve pausa prima di iniziarne un altro.

Spesso accade che fare le cose di corsa rende vane le nostre scelte più importanti. La calma e la tranquillità, invece, stimolano il cervello ad incanalare le energie in modo efficace e utile a costruire passaggi logici che conducono a soluzioni precise. Quella calma che solo un ormeggio ben fatto ti può dare.

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Imagine having to get from point A to point B and being able to choose your means of transport. You could reach your destination by metro or by car, by bike or on foot. Certainly choosing the latter would take 10 times longer than the first, but are you sure that getting there soon is always better?

We tend to think that rushing around makes us more productive, especially in the professional field. We are impatient to make a career, to be recognized by others as good and competent, to reach our most ambitious goals at all costs. Still, experience teaches that rush can be a bad counselor and does not necessarily lead to positive results.

Somebody says that hurry is the enemy of souls. The question is that we are wasting the art of being able to wait, to wait for our turn when we are in the queue of passport control at the airport as well as to wait before talking when we entertain a conversation (listening to the other to really understand and not only to reply).

Sometimes we create a sense of urgency even if it is not necessary just to get there first. Despite this, I like to think that we can complete all our tasks successfully and arrive at our desired destination even while enjoying the journey.

It is the eternal duel between sailing and motor boating. Sailing takes time and patience, makes aware of limits, stimulates to use resources rationally, sensitizes about respect and collaboration on board. But just as being  a skipper cannot be improvised because to go to the sea (and return to the harbor) you have to well prepared and equipped, in the same way, if you want to live without haste you must be trained, especially today that we live in the age of “high speed and achieve everything immediately”.

A couple of ideas to start:

Prefer quality to speed
Instead of fighting against the clock to perform as many tasks as possible, work with more concentration, drive distractions away and focus on really important things.

Do one thing at a time
Multitasking is not synonymous with productivity. It has been proven that the human mind cannot engage in multiple activities at the same time without drastically reducing the quality of individual processes. Complete a job then, and take a short break before starting another one.

It may happen that hurrying and making things quickly make our most important choices useless. Calm, instead, stimulates the brain to channel the energies in an effective way to build logical plans that lead to precise solutions. That calm that only a well-made mooring can give you.

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Red pill blue pill

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Ore 8.30 di mattina, solita colazione al bar affollato dai tanti che vi fanno tappa per il primo caffè della giornata. Al momento di pagare, la signora alla cassa chiede: Il solito? Risposta: – No grazie, oggi ho preso un cappuccino invece del caffè. Caspita, se fossi in Matrix, avrei appena assistito ad un’anomalia nel sistema!

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Il fatto è che spesso siamo troppo abituati a fare le cose che abbiamo sempre fatto allo stesso modo, per comprendere che potremmo stare meglio, e magari ottenere migliori risultati, se solo cominciassimo a fare cose diverse: sia a pensare ed agire diversamente sia a recepire la creatività degli altri. Pensiamo alla nostra vita privata o lavorativa, quanto siamo disposti a considerare le idee altrui? Quanto invece ne limitiamo l’espressione? In che misura siamo recettivi o respingenti?

A fronte di ottime intenzioni e competenze, qualsiasi sistema è destinato a non evolversi, se manca di pensatori creativi. Senza una ventata di nuove idee e di azioni conseguenti, un’azienda viene lasciata indietro dai competitor, un gruppo di amici si impoverisce, una famiglia non si sviluppa.

Di qui l’importanza di incoraggiare il pensiero creativo che significa non solo produrre nuove idee ma anche ascoltare e coinvolgere le persone che lavorano con noi. Chi svolge un ruolo di leadership ha la responsabilità di cogliere tutte le voci del coro (e anche quelle fuori) perché un leader circondato dal silenzio semplicemente non è un leader. Ma la realtà è che nonostante la buona volontà, le persone hanno delle resistenze ad esprimere liberamente la loro voce, specie se questa è tanto creativa da mettere in discussione lo status quo.

Senza incoraggiamento e supporto dall’alto non ci sentiamo sempre a nostro agio nell’esporre nuove idee, con il rischio che il pensiero creativo venga soffocato. Come fare allora a favorire un ambiente aperto alla virtù creativa, sia nel breve che nel lungo periodo?

Di seguito alcuni aspetti da considerare:

Crea fiducia: essere creativi può essere rischioso e le persone non si assumono facilmente rischi con coloro di cui non si fidano. Sembra banale ma assicuriamoci di costruire relazioni basate sulla fiducia e sul rispetto reciproco. Un buon leader ha fiducia nelle proprie capacità ma anche in quelle degli altri.

Considera il contesto: prima di chiedere al tuo team idee e soluzioni innovative chiarisci e condividi l’obiettivo che desideri raggiungere. Per un senior manager pensare ad un’innovazione può significare orientarsi ad uno sviluppo su cinque anni mentre una risorsa junior appena entrata in azienda potrebbe pensare alla stessa innovazione focalizzandosi su un risultato immediato.

Celebra l’impegno: premia la volontà di chi pensa fuori dagli schemi e propone nuove idee, anche se poi queste falliscono. Non sempre una nuova idea, anche se ben pensata e messa in pratica, conduce subito ai risultati desiderati ma potrebbe accadere che dietro il fallimento di oggi si nasconda il successo di domani.

Guida con l’esempio: sii creativo in prima persona, condividi le tue intuizioni, assumiti dei rischi calcolati, esplora e se puoi integra e completa i diversi punti di vista, anche quelli meno convenzionali. Più dimostrerai il tuo pensiero creativo più le persone che lavorano con te si sentiranno a loro agio nel seguire il tuo esempio.

Per ritornare a Matrix e alla filosofia che sta dietro al film dei fratelli Wachowski, la conoscenza ci rende liberi, elementi attivi del sistema. Se così è, allora possiamo decidere di dar voce a tutte le variabili apparentemente nascoste all’interno del sistema stesso per attivare tanti percorsi alternativi o, se preferiamo, “creativi”.

Al protagonista del film viene offerta la scelta: pillola azzurra – fine della storia, domani ti sveglierai in camera tua e crederai quello che vuoi credere. Pillola rossa – resti nel paese delle meraviglie e vedrai quant’ è profonda la tana del bianconiglio.

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8.30 am the usual breakfast at the bar for the first coffee of the day. When paying, the lady at the cash desk asks: The usual? Answer: – No thanks, today I took a cappuccino instead of coffee. Wow, if I were in the Matrix, I would have just witnessed an anomaly in the system!

The fact is that we are often too used to doing the things we have always done the same way, to understand that we could be better, and maybe get better results, if only we start doing different things: both to think differently and to receive the creativity of others. Think of our private or work life, how much are we willing to consider other people’s ideas? How much do we limit their expression? To what extent are we receptive or repulsive?

Despite the best intentions and skills, any system is not destined to evolve, if it lacks creative thinkers. Without a wave of new ideas and consequent actions, companies are left behind by competitors, squads risk unraveling, families do not develop.

Hence the importance of encouraging creative thinking which means not only producing new ideas but also listening and involving people who work with us. Whoever plays a leadership role has the responsibility to listen to all the voices of the choir (and even those outside) because a leader surrounded by silence simply is not a leader. But the reality is that despite goodwill, people have resistance to expressing their voices freely, especially if these are so creative to challenge the status quo.

Without encouragement and support, we do not always feel comfortable exposing new ideas, with the risk that creative thinking will be stifled. How then can we promote creativity, both in the short and in the long run?

Here are some aspects to consider:

Build trust: being creative can be risky and people do not easily take risks with those they do not trust. It seems trivial but let’s make sure we build relationships based on trust and mutual respect. A good leader has confidence in his own abilities but also in those of others.

Consider the context: before asking your team for innovative ideas and solutions, clarify and share the goal you want to achieve. For a senior manager, thinking of an innovation can mean being oriented towards a five-year development, while a junior resource just entering the company could think of the same innovation, focusing on an immediate result.

Celebrate the commitment: reward the will of those who think out of the box and propose new ideas, even if they fail. A new idea, even if well thought out and put into practice, might not immediately lead to the desired results but it could happen that tomorrow’s success is hidden behind today’s failure.

Guide by example: be creative in the first person, share your intuitions, take calculated risks, explore and if you can integrate and complete the different points of view, even the less conventional ones. The more you show your creative thinking the more people who work with you will feel comfortable following your example.

To return to the Matrix and the philosophy of the film by the Wachowskis, knowledge makes us free and active elements of the system. If so, then we can decide to give a voice to all the variables apparently hidden within the system itself to activate many alternative routes or, if we prefer, “creative”.

The main character Neo is offered the choice: you take the blue pill – the story ends, you wake up in your bed and believe whatever you want to believe. You take the red pill – you stay in Wonderland and you will see how deep the rabbit hole goes.

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Are you attractive?

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Quando si dice i casi strani della vita. Non ho mai nutrito una grande passione per i cavalli, né un particolare interesse intorno al mondo ippico o equestre, eppure mi sono recentemente ritrovata ad osservarne piuttosto da vicino dinamiche e comportamenti.

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C’è qualcosa che accomuna gli esseri umani a questi animali così eleganti e fieri: il desiderio di stabilire dei sodalizi, di partecipare, di essere parte di qualcosa. Come racconta bene Monty Roberts in uno dei suoi bestsellers, anche se alla minima provocazione i cavalli fuggiranno da esseri umani estranei, essi seguiranno esseri umani interessanti che non rappresentano per loro una minaccia e ne diventeranno alleati.

Come i cavalli, anche le persone sono generalmente riluttanti di fronte a richieste di lealtà e impegno eccessivi ma si affollano invece intorno a punti focali nei quali sembra che stiano accadendo o siano prossime ad accadere cose straordinarie.

Di solito siamo pronti a seguire colui che conosce la direzione, soprattutto se il luogo verso cui è diretto sembra interessante per noi. Questo accade perché i buoni leader sono attrattori, esprimono energia attrattiva, sono al centro dello sciame.

Ma il buon leader può esercitare attrazione in questo senso solo quando è profondamente “allineato” esso stesso, quando è sicuro di chi è e conosce bene la sua vocazione, quando ha ben chiari i suoi valori e agisce in linea con essi.
In altre parole, comportandosi in maniera autentica e coerente, senza pretendere di essere ciò che non è.

Cosi come i cavalli vi seguiranno solamente se percepiscono che voi sappiate dove state andando (e quello sembra un buon luogo dove andare) allo stesso modo i leader di oggi necessitano di un alto grado di allineamento interiore prima di chiedere gli altri di seguirli.

“Non si comanda indicando alle persone un posto dove andare. Si comanda andandoci e offrendo l’esempio” – diceva Ken Kesey

La prima domanda allora è: qual è il tuo scopo? Qual è lo speciale contributo che tu dai al mondo, alla società, al tuo team, alla tua famiglia? Qual è la tua vocazione, ciò che ti spinge a fare ciò che fai?

Dal momento che la visione è avere un’idea chiara della propria meta, essere determinati significa comprendere il motivo per cui si vada proprio lì. Alle persone piace sentirsi parte di qualcosa di più grande. I grandi leader trasmettono quella sensazione.

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When we say the strange cases of life. I have never had a great passion for horses, nor a particular interest around the horse or equestrian world, yet I have recently found myself observing their dynamics and behavior quite closely.

There is something that human beings have in common with these elegant and proud animals: the desire to establish partnerships, to participate, to be part of something.

As Monty Roberts explains in one of his bestsellers, even if at the slightest provocation the horses will flee from strangers, they will follow interesting human beings who do not represent a threat to them and will become allies of them. Like horses, people are generally reluctant to requests for excessive loyalty and commitment but instead crowd around focal points in which it seems that extraordinary things are going to happen.

Usually, we are ready to follow the one who knows the direction to move, especially if that place seems interesting to us. This happens because good leaders are attractors, they express attractive energy, they are at the center of the swarm.

But the good leader can exercise attraction in this sense only when he is deeply “aligned” himself, when he is sure about himself and his vocation, when he has clear values and acts in line with them. In other words, when he behaves authentically and coherently, without pretending to be what he is not.

Just as the horses will follow you only if they perceive that you know where you are going (and that looks like a good place to go) in the same way today’s leaders need a high degree of inner alignment, before asking others to follow them.

“You don’t lead by pointing and telling people some place to go. You lead by going to that place and making a case”- said Ken Kesey

The question then is: what is your purpose? What is the special contribution you give to the world, to society, to your team, to your family? What is your calling, what drives you?

Since the vision is having a clear idea of your goal, to be determined means to understand the reason why you go there. People like to feel part of something bigger. Great leaders convey that feeling.

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Be the best version of yourself

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Se non fai parte dei pochi eletti che vanno in ferie a settembre, allora è probabile tu sia uno fra i 7 italiani su 10 (*) che sono già rientrati al lavoro da almeno un paio di settimane lasciandosi i ricordi estivi alle spalle e le foto delle vacanze in costume su Instagram.

Kitten with mirror on white backgroundSettembre è per antonomasia il mese del rientro. Si torna alla vita di sempre e alla routine, ma rientrare al lavoro dopo la pausa estiva vuol dire anche gettare le basi per un nuovo inizio, definire nuovi step, sperimentare e fissare nuovi obiettivi da raggiungere.
Come affrontare quindi al meglio questa ripartenza? Facendo in modo che ogni singolo giorno sia l’occasione per diventare la migliore versione di te stesso.
Di seguito trovi alcune opzioni:

1. Concentrati sulle tue specifiche qualità personali.
Sii orgoglioso di ciò che sei bravo a fare e non dare per scontato quello che le persone apprezzano di te: può essere la tua determinazione, la tua flessibilità, la tua precisione. Ognuno di noi possiede quella particolare qualità che lo rende speciale e riconoscibile, facciamone tesoro.

2. Non piangere sul latte versato.
A meno che tu non abbia appena rovesciato il tuo fantastico cocktail alla menta piperita sulla tua candida camicia, rimuginare sul passato e sugli errori commessi non serve a molto. Correggi i tuoi sbagli e guarda oltre.

3. Utilizza le tue “qualità autentiche” ma non prenderti troppo sul serio.
A volte una forte determinazione personale rischia di diventare aggressività agli occhi degli altri, la flessibilità se portata all’eccesso può trasformarsi in inconcludenza e persino la precisione, in alcune circostanze, può diventare ossessione. Qualcuno ha detto che un filo d’erba non cresce più in fretta se lo tiriamo, rischia anzi di spezzarsi. Non chiediamo troppo alle nostre qualità.

4. Tieni la mente aperta e fai cose nuove.
Qual è la tua prossima sfida? Prova a chiederti quale comportamento gli altri vorrebbero tu esprimessi di più. Scoprirai che è proprio la qualità in cui sei più debole e che ammiri  invece negli altri. Se ti senti dire che a volte risulti troppo decisionista, la tua prossima sfida potrebbe essere la pazienza, se al contrario la tua eccessiva flessibilità ti rende difficile portare a termine un impegno preso, potresti cominciare ad esercitare maggiore fermezza ed assertività. Pensa in che modo la tua vita migliorerebbe se da oggi accogliessi questa tua nuova sfida.

5. Non temere di osare.
Non lasciare che il comportamento che più detesti negli altri (e che odieresti in te stesso) ti impedisca di focalizzarti sulla tua sfida. Se hai deciso di sfidare la tua forte determinazione e risolutezza sviluppando una maggiore capacità di ascolto e di attenzione verso l’altro, non temere che la paura di diventare troppo remissivo o addirittura passivo ti impedisca di sviluppare la tua sfida.

E’ sempre una questione di scelte. Puoi vivere questa nuova stagione dell’anno per riabbracciare le tue abitudini oppure scegliere di abbracciare nuove opportunità per sviluppare la tua personale area di miglioramento e il tuo potenziale creativo.

Io sono dell’idea di non risparmiare il mio vestito migliore per domani.

La giornata di oggi è unica, non l’hai mai vissuta prima e non la rivivrai più nello stesso modo. Fanne buon uso 🙂 !

(*) Fonte: indagine Coldiretti

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If you are not part of the few who go on vacation in September, then you are probably one of the 7 Italians out of 10 (*) who have already returned to work for at least a couple of weeks leaving the summer memories behind and the best holiday photos on Instagram.

September is the month of re-entry. You return to usual life and to the routine, but coming back to work after the summer break also means setting the basis for a new beginning, defining new steps, experimenting, setting new goals to be achieved.
How to deal with this restart in the best way? Making every single day an opportunity to become the best version of yourself.
Below are some options:

1. Focus on your core qualities.
Be proud of what you are good at and do not take for granted what people appreciate about you: it could be your determination, your flexibility, your precision. We all have that particular quality that makes us special and recognizable, let’s treasure it.

2. Do not cry on spilled milk.
Unless you have just overturned your fantastic peppermint cocktail on your candid shirt, dwelling on the past is useless. Correct your mistake and look beyond.

3. Use your “authentic qualities” but do not take yourself too seriously.
Sometimes a strong personal determination risks becoming aggression in the eyes of others, flexibility, if carried to excess, can turn into inconclusiveness and even precision, in some circumstances, can become an obsession. Someone has said that grass does not grow faster if we pull it. Don’t stress your qualities!

4. Always look for the next challenge.
Ask yourself what behavior the others would like you to express more. You will discover that it is the quality in which you are weaker and that you admire in others. If you are said to be too much a decision-maker, your next challenge might be patience. If, on the contrary, your excessive flexibility makes it difficult for you to complete a commitment, you may begin to exercise more firmness and assertiveness. Think how your life would improve if you welcome this new challenge from today.

5. Do something that scares you.
Do not let the behavior that you most loathe in others (and that you would hate in yourself) prevent you from focusing on your challenge. If you have decided to challenge your strong determination and resoluteness by developing a greater ability to listen to others, do not let that the fear of becoming too submissive or even passive prevent you from developing your challenge.

It is always a question of choices. You can either experience this new season of the year to embrace your habits or you can embrace change to develop your personal area of improvement and your creative potential.

I don’t think I will save things for best.

Today is unique, you’ve never lived it before and will never live it again. Make good use of it!

(*) Source: Coldiretti survey

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Do you know how to unplug?

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Fai un respiro profondo e chiudi gli occhi. Immagina di essere comodamente adagiato su di un’amaca all’ombra di una fresca pineta vicina al mare, ti lasci oscillare lentamente, la brezza sulla tua pelle, la luce del sole estivo che filtra tra i rami sopra di te, le voci che provengono dalla spiaggia non troppo lontana.

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E mentre respiri l’aria odorosa di pini marittimi e le tue orecchie si riempiono del canto delle cicale, non devi meravigliarti di trovarti esattamente nello stato ideale per te. Un breve, inatteso ed esclusivo attimo di personale rilassamento.

Trovarsi in uno stato di vacanza, lontano dalla routine degli impegni quotidiani, puo’ manifestarsi anche in rari momenti come questi. Ci sei tu e un ideale equilibrio interiore.
Quando non si trova la propria tranquillita’ in se stessi e’ inutile cercarla altrove” – diceva Francois de la Rochefoucauld.

Ma dipendenti come siamo da mille pensieri e impegni lavorativi, siamo davvero capaci di staccare la spina? Di disconnetterci dalle mail di lavoro, dai messaggi su whatsup, da tutti i social a cui siamo cosi intimamente legati?

Difficile ma possibile. E anche in questo caso, come spesso accade con le cose che ci riguardano da vicino, la parola magica e’ consapevolezza. Sono in pochi ad essere consapevoli dell’importanza del tempo libero, importante almeno quanto il lavoro che tanto ci assorbe. Anche senza ambire a diventare dei maestri zen, nella propria vita è fondamentale avere dei momenti dedicati al riposo, al tempo libero, alle attività che ci divertono cosi come al non “far niente”.

Per cui al bando i sensi di colpa. Se trascorriamo un week end di ozio o una meritata vacanza sdraiati a rimirare l’orizzonte, non stiamo sprecando il nostro tempo. Stiamo semplicemente investendo nel nostro futuro. Una volta riposati e con la mente sgombra saremo pronti per esprimerci al meglio e ripartire con il pieno di energia.

Buona vacanza allora a chi già si trova a dondolare sulla propria amaca e a tutti coloro che si accingono a staccare la spina per un pò!

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Take a deep breath and close your eyes. Imagine being comfortably lying on a hammock in the shade of a fresh pinewood close to the sea, you let yourself swing slowly, the breeze on your skin, the summer sunlight that filters through the branches above you, the voices that come from the beach not too far. And while you breathe the smelling air of sea pines and your ears fill with the song of the cicadas, you should not be surprised to find yourself in exactly the ideal state for you. A short, unexpected and exclusive moment of personal relaxation.

Being in a state of vacation, far from the routine of daily commitments, may also express itself in rare moments like these. There are you and an ideal inner balance. “When one does not find his own tranquility in himself, it is useless to look for it elsewhere” – said Francois de la Rochefoucauld.

But dependent as we are on a thousand thoughts and work commitments, are we really able to switch off? To disconnect from work emails, whatsup messages, from all the social networks we are so intimately connected to?

Difficult but possible. And even in this case, as often happens with things that concern us closely, the magic word is awareness. Few people are aware of the importance of free time, which is important at least as much as the work that absorbs us so much. Even without aspiring to become a Zen master, in our life it is essential to have moments dedicated to rest, leisure time, activities that we like as well as “doing nothing”.

So don’t feel guilty. If we spend a weekend of idleness or a well-deserved vacation lying down to gaze at the horizon, we are not wasting our time. We are simply investing in our future. Once rested and with a clear mind, we will be ready to express ourselves at our best and start again with full energy.

Good vacation then to those who are already swaying on their hammock and to all those who are about to unplug for a while!

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Team comes first

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Quando Gianfranco Maggiò, trentenne Presidente della Juvecaserta Basket, nel 1990 decise di vendere Oscar per rifondare la squadra, i quotidiani e la critica sportiva non erano dalla sua.

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Juvecaserta (allora vista come l’eterna incompiuta sempre seconda) dopo aver perso da favorita due finali scudetto, 1986 e 1987 (vs Milano), ed aver concluso ai play off i tre campionati successivi, vendeva Oscar Daniel Bezerra Schmidt (semplicemente Oscar), il giocatore di basket che ha segnato più punti di tutti al mondo, 49.737, per acquistare giocatori di minor tasso tecnico.

Nel 1991, il roster di Juvecaserta partendo da sfavorito contro Milano, vinse il campionato in gara 5 al Forum di Assago, divenendo la prima squadra del sud-Italia a conquistare lo scudetto tricolore.

Poco più di un decennio dopo (2004), i Los Angeles Lakers decisero di assemblare uno degli organici potenzialmente con più talento della storia. In una squadra che vantava già Kobe e Shaq (in cattivi rapporti tra loro), rispettivamente la miglior guardia dopo Jordan e forse il centro più dominante di sempre, inseri‎rono l’All of Famer Karl Malone (che lasciò Stockton a Utah) e il playmaker Gary Payton. Due giocatori non più nel prime della carriera, ma ancora capaci di interpretare il gioco a livelli altissimi. Una corazzata, che però in Finale si infranse contro dei Detroit Pistons senza vere stelle in campo (Rasheed Wallace era un talento immenso, ma mai diventato un giocatore franchigia). I Lakers non trovarono mai la chimica giusta e i Pistons li sovrastarono grazie a esecuzione e una difesa di squadra solidissima (maggiori dettagli sul mondo basket NBA su NBA 2face).

Talenti indiscussi che non fanno squadra e rimangono focalizzati sullo splendore della propria stella, compagni di squadra che demandano il successo al colpo di genio del talento nella squadra, allenatori che ricercano meno soluzioni in quanto la soluzione è già il talento in campo, non portano al successo ma a stelle che luccicano e a squadre eterne seconde.

Oggi più che mai, l’individualismo non porta alla vittoria, mentre il gioco di squadra, in cui il team trova la sua forza negli individui che sono disposti a sacrificare le luci della ribalta personale per il successo del collettivo, porta alla vittoria. La storia sportiva, e non solo, è piena di esempi.

Vicenda recentissima è l’eliminazione dai mondiali di calcio di Argentina e Portogallo. Fa riflettere che i quotidiani non abbiano titolato “Eliminata Argentina o eliminato Portogallo” ma abbiano invece preferito scrivere “Eliminato Messi o eliminato Ronaldo”.

Non sta a me né è mio interesse stabilire quanto ci sia di “squadra” e quanto invece di individualismo in questo caso, ma nella Juvecaserta del 1991 e nei Pistons del 2004 brillava una squadra di individui e non un unico giocatore.

Siamo certi che la stessa dinamica non si applichi alla vita d’azienda? Quando scegliamo le persone con cui comporre il nostro team, cerchiamo talenti individuali o andiamo alla ricerca dell’equilibrio della squadra?

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When Gianfranco Maggiò, thirty-year-old President of Juvecaserta Basket, in 1990 decided to sell Oscar to re-establish the team, the newspapers and sporting criticism were against his decision.

Juvecaserta (then seen as the eternal unfinished, always second to others) after losing two final league titles, 1986 and 1987 (vs Milan), and have concluded at the playoffs the following three championships, sold Oscar Daniel Bezerra Schmidt (simply Oscar), the basketball player who scored the most points in the world, 49,737, to buy players with lower technical skills.

In 1991, Juvecaserta’s roster, starting against the odds in the final with Milan, won the Championship in game 5 at the Assago Forum, becoming the first team of the south-Italy to conquer the Italian championship.

Almost over a decade later, (2004), the Los Angeles Lakers decided to assemble one of the potentially most talented Roster in history. In a team that already counted on Kobe and Shaq (in bad relations with each other), respectively the best guard after Jordan and perhaps the most dominant center of all time, they included the All of Famer Karl Malone (who left Stockton in Utah) and playmaker Gary Payton.  Two players no longer in the early career, but still able to play the game at very high levels. A battleship, but in the NBA Final hit against the Detroit Pistons without real stars in the field (Rasheed Wallace was an immense talent, but never became a franchise player). The Lakers never found the right chemistry and the Pistons overwhelmed them thanks to execution and a solid team defense (for more details on the NBA basketball world and many other fantastic stories hit on NBA 2face).

Undisputed talents who do not team up and remain focused on the splendor of their star, teammates who delegate success to the stroke of genius of the talent in the team, coaches who seek less solutions because the solution is already the talent in the field, do not lead to success but with glittering stars and second eternal teams. Today more than ever, individualism does not lead to victory, while team play, in which the team finds its strength in individuals who are willing to sacrifice the personal limelight for the success of the collective, leads to victory. Sports history, and not only, is full of examples.

A recent example is an elimination from the World Cup of Argentina and Portugal. It makes you think that the newspapers have not titled “Argentina eliminated or Portogallo eliminated” but instead preferred to write “eliminated Messi or eliminated Ronaldo“. It is not my interest to determine how much there is a team and how much of individualism in this case, but in the Juvecaserta of 1991 and in the Pistons of 2004 shone a team of individuals and not a single player.

Are we sure that the same dynamic does not apply to work life? When we choose the people of our team, do we look for individual talents or we are looking first for the balance of the team?

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Iced coffee

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Il lunedi mattina e’ già di per sè complicato. Se poi hai il primo staff meeting alle 8.30, la situazione rischia di farsi ancora piu’ difficile.

Alzi la mano chi oggi non darebbe qualsiasi cosa pur di trovarsi gia’ in ferie! Relax e prima colazione, magari con un corroborante caffè espresso ghiacciato, viste le temperature decisamente estive di questi giorni.

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Improbabile trovare un iced coffee in ufficio ma se vogliamo rimanere in tema di ghiaccio, c’è qualcos’altro che possiamo fare per iniziare al meglio la nostra settimana lavorativa. Iniziare il nostro meeting con un “icebraker” che attiva le energie. “Rompere il ghiaccio” prima di entrare nel merito dell’agenda può essere di grande aiuto per predisporre il tuo uditorio ad ascoltarti.

Gli icebreaker sono fra i modi più efficaci per dare il calcio di inizio a qualsiasi meeting, conferenza o occasione di public speaking. Se pianificati e ben eseguiti riescono a coinvolgere attivamente le persone nei processi dell’evento, chiarire gli obiettivi dell’evento stesso e massimizzarne gli apprendimenti.

Ce ne sono di ogni tipo, dalle domande divertenti a vere e proprie attività di breve durata da proporre in forma di gioco. Prima di lanciarti nel tuo icebreaker però tieni a mente questi tre punti:

  1. Decidi quale ghiaccio vuoi rompere: qual e’ il tuo obiettivo? Vuoi ispirare il tuo uditorio, vuoi che le persone si conoscano meglio o vuoi che collaborino fra di loro?
  2. Privilegia la semplicità: più è semplice l’attività che proponi più’ e facile parteciparvi e sentirsi coinvolti
  3. Sii saggio: considera che le persone hanno valori, convinzioni, abitudini diverse. Chiediti sempre come ti sentiresti tu se dovessi partecipare in prima persona a quell’attività.

Il web aiuta tantissimo per cercare il tuo icebreaker ideale. Di seguito alcuni siti che trovo molto interessanti:

Icebreakers.ws
Thebalancecarees.com
Greatgroupgames.com

Un icebreaker aiuta a connettere le persone, a farle sentire più a loro agio in un gruppo che non si conosce ancora e a coinvolgerle attivamente una volta che l’evento, riunione o workshop sono iniziati.

Ogni orario è buono per godersi un rinfrescante caffè espresso con cubetti di ghiaccio, così come non è mai troppo tardi né troppo presto per un icebreaker ben fatto!

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Monday morning is already complicated by itself, but if you have your first staff meeting at 8.30, the situation is likely to become even more difficult.

Raise your hand who today would not give anything to be already on vacation! Relax and breakfast, perhaps with a refreshing iced espresso coffee, given the summer temperatures of these days.

Unlikely to find an iced coffee in the office but if we want to stay on the subject of ice, there is something else we can do to start our work week. Start our meeting with an “icebreaker” that activates the energies.

“Breaking the ice” before entering into the agenda can be of great help to prepare your audience to listen to you. Icebreakers are one of the most effective ways to kick off any meeting, conference or public speaking occasion. If planned and well executed they can actively involve people in the processes of the event, clarify the objectives of the event itself and maximize learnings.

There are all sorts of icebreakers, from funny questions to real short-lived activities to be offered as games. Before launching into your icebreaker, however, keep in mind these three points:

  1. Decide which ice you want to break: what is your goal? Do you want to inspire your audience, do you want people to know each other better or do you want them to work together?
  2. Stay simple: the simpler the activity you propose, the easier it is to participate and feel involved
  3. Be wise: consider that people have different values, beliefs, habits. Always ask yourself how you would feel if you were to participate in that activity firsthand.

The web helps a lot to look for your ideal icebreaker. Here are some sites that I find very interesting:

Icebreakers.ws
Thebalancecarees.com
Greatgroupgames.com

An icebreaker helps to connect people, make them feel more comfortable in a new group and actively involve them once the event, meeting or workshop has begun.

Every time is good to enjoy a refreshing espresso with ice cubes, as it is never too late nor too early for a well-made icebreaker!

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Your own ritual

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Terminata una sessione di coaching da un mio cliente, siamo stati distratti dalle urla provenienti dal corridoio. Uno degli ascensori dell’azienda si era bloccato al piano con una persona all’interno e alcuni colleghi le stavano letteralmente gridando di mantenere la calma perché i manutentori erano stati allertati.

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La risposta della persona bloccata all’interno è stata sorprendente: “Tranquilli ragazzi, ne approfitto per fare ginnastica”. Niente salti in alto o flessioni, probabilmente solo qualche attività di stretching muscolare ma di certo capace di generare un positivo effetto antistress su di lei.

Fortunatamente dopo pochi minuti le porte dell’ascensore sono state aperte ma questa esperienza mi ha fatto pensare al modo in cui reagiamo di fronte allo stress, perché imparare a canalizzare le energie fisiche e mentali nella giusta direzione può fare la differenza per noi e per gli altri. Questo non vuol dire eliminare lo stress tout court, una certa dose di stress positivo può essere anzi molto utile per stimolarci a raggiungere i nostri obiettivi, ma significa invece gestirlo strategicamente.

Ritmi incalzanti, impegni eccessivi, incomprensioni, rapporti difficili con il capo o con i colleghi, sono tutti possibili fattori di tensione e per affrontarli al meglio a volte può essere utile fare appello ad una nostra risorsa interiore.

Quando lo stress ci assale l’emozione dominante è la sopraffazione. Fermarsi, fare un bel respiro e rifugiarsi in un nostro rituale o un’attività che ci rassicura (come fare un semplice esercizio di ginnastica per la persona bloccata in ascensore) non solo ci fa stare meglio, ma può contribuire ad affrontare la situazione con rinnovata forza ed energia.

C’è un’altra cosa che ho imparato dalla vicenda dell’ascensore. L’importanza di porsi le domande giuste. Immagina di trovarti di fronte ad un imprevisto, un’avversità o una situazione scomoda. Cosa accade se invece di chiederti, “Perché capitano tutte a me?”, ti ponessi la domanda, “Qual è il  meglio che posso dare in questa circostanza?”

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After a coaching session by one of my clients, we were distracted by the screams coming from the corridor. One of the company’s elevators was stuck to the floor with a person inside and some of the colleagues were literally shouting to stay calm because the maintenance guys had been alerted.

The response of the person stuck inside was surprising: “Do not worry guys, I take this opportunity to do gymnastics”. No high jumps or push-ups, probably just some muscular stretching activity but certainly quite capable of generating a positive anti-stress effect on her.

Fortunately, after a few minutes, the elevator doors were opened but this experience made me think about the way we react to stress. Learning to channel the physical and mental energies in the right direction can make a difference for us and for others. This does not mean eliminating stress tout court, a certain amount of positive stress can indeed be very useful for stimulating us to reach our goals, but instead means managing it strategically.

Challenging rhythms, excessive commitments, misunderstandings, difficult relationships with the boss or with colleagues, are all possible factors of tension and to better deal with them at times it can be useful to appeal to one of our inner resources.

When stress attacks us, the dominant emotion is oppression.

Stop, take a deep breath and take refuge in your own ritual, an activity that reassures you, like doing a simple exercise of gymnastics for the person stuck in the elevator. This will not just make you feel better but can help to face the situation with renewed strength and energy.

There is another thing I learned from the elevator story. The importance of asking the right questions. Imagine that you are facing an unexpected event, an adversity or an uncomfortable situation. What happens if instead of asking, “why do they all come to me?” you ask yourself,  “what is the best I can do in this situation? “

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